Unioni civili all’ultimo traguardo

È atteso a breve il voto alla Camera dei deputati del c.d. Ddl Cirinnà, che, se approvato, introdurrà in Italia due nuovi istituti per la regolamentazione delle relazioni affettive. Il primo capo della legge (commi 2-35)  si occupa, infatti, delle unioni civili tra coppie omosessuali, mentre il capo secondo disegna una disciplina minima per le convivenze di fatto (commi 36-67). Come per la delibera del Senato, è probabile che il Governo porrà sulla votazione dei deputati la questione di fiducia, onde evitare modifiche al testo e quindi uno scomodo nuovo passaggio alla camera alta nella quale i numeri della maggioranza sono risicati.Unioni-civili-2-Imc-e1452159353886

Del primo aspetto del ddl in parola, che inevitabilmente chiama in causa ideologie etiche e religiose, si è parlato moltissimo: nel nostro paese è netta la contrapposizione tra quanti osteggiano qualsiasi tipo di riconoscimento giuridico delle relazioni omosessuali e coloro che, al contrario, non solo sono favorevoli a una regolamentazione di tali rapporti, ma addirittura auspicano l’estensione tout court della disciplina matrimoniale alle coppie gay, con la conseguente attribuzione di tutti i diritti e i doveri ad essa connessi.

Le previsioni costituzionali ad oggi vigenti rendono complicata l’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali (la formulazione dell’art. 29 Cost. che parla di famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” sembrerebbe di fatto alludere al momento procreativo, biologicamente possibile per una coppia etero ma non per una omosessuale), mentre l’introduzione di altri istituti idonei a regolare i rapporti tra partner è saldamente supportata dall’art. 2 Cost., che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo anche nelle formazioni sociali, il cui primo esempio è proprio rappresentato dalle relazioni affettive e familiari.

La legge quindi introdurrà nel nostro ordinamento l’Unione civile per le coppie omosessuali, istituto in gran parte simile al matrimonio, tanto è vero che il testo stesso del ddl rimanda in larga parte agli articoli del codice civile che disciplinano i rapporti tra gli sposi, estendendone il contenuto anche a queste nuove tipologie di famiglia.

La costituzione dell’Unione tra persone maggiorenni dovrà infatti avvenire davanti a un ufficiale di stato civile, alla presenza di testimoni, e sarà preclusa laddove ricorrano le medesime cause impeditive indicate dal codice civile per gli sposi. Inoltre, in caso i partner decidano di sciogliere l’Unione, la legge rinvia alla normativa vigente in tema di divorzio.
Per ciò che concerne i diritti e i doveri dei partner, nel corso dell’approvazione in Senato è sparito dal testo l’obbligo di fedeltà, mentre permangono quello di assistenza morale e materiale e di coabitazione. Anche se non sono mancate aspre critiche sullo stralcio intervenuto, il dibattito in aula e fuori è stato ragionevolmente contenuto in ragione del fatto che il dovere di fedeltà più che alla sfera giuridica atterrebbe a quella morale, divenendo quindi superflua la sua indicazione nella legge (non sono mancate le voci di quanti hanno quindi proposto di eliminare l’obbligo anche dall’istituto del matrimonio, che hanno trovato spazio anche in un autonomo disegno di legge).

Sempre al pari del matrimonio, i partner potranno scegliere un cognome comune e, salvo indicazione contraria, il regime patrimoniale sarà quello della comunione dei beni. La posizione del partner viene parificata a quella del marito o della moglie anche per le norme in tema di successioni, pensioni e tfr.

Dal testo definitivo è stata altresì eliminata la previsione che introduceva la possibilità per un partner di adottare i figli dell’altro seguendo le procedure della legge sulle adozioni. La cosiddetta stepchild adoption ha infatti costituito il campo di battaglia più acceso tra sostenitori e oppositori delle unioni civili e alla fine si è deciso di eliminare la previsione in cambio del voto favorevole del Senato sul resto del testo. Ciò non impedisce, da un lato, che tali adozioni siano disposte dal giudice, come di fatto accade, secondo una valutazione caso per caso, né peraltro che il Parlamento stesso intervenga in un secondo momento per reintrodurre quella previsione. Inoltre, potrebbe anche ipotizzarsi, sul punto, uno spazio di intervento diretto da parte del Governo, in quanto il ddl contiene alcune deleghe che abilitano l’esecutivo entro sei mesi dall’approvazione ad adottare uno o più decreti legislativi a completamento della disciplina sulle unioni civili (comprese “modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti”).

Per ciò che concerne il secondo aspetto, cioè la disciplina delle convivenze di fatto, occorre in primo luogo precisare che il ddl Cirinnà non dispone la possibilità per le unioni eterosessuali di costituire un’unione civile. Questo istituto è infatti previsto solo per le coppie omosessuali, alle quali è precluso l’accesso al matrimonio. Per le coppie etero che non vogliano sposarsi, il capo secondo della legge introduce invece una regolamentazione più essenziale e in gran parte rimessa alla volontà contrattuale delle parti, che davanti a un notaio potranno stabilire in forma scritta gli elementi caratterizzanti l’ambito giuridico-patrimoniale della loro relazione affettiva. Molti meno sono i diritti che scaturiscono da tale forma di unione, a partire dal mancato accesso alla successione o alla reversibilità della pensione in caso di morte di uno dei conviventi. In ogni caso eventuali diritti patrimoniali saranno parametrati alla durata della convivenza. È data la facoltà alla coppia di nominarsi reciprocamente rappresentanti, per disporre dell’altro in caso di incapacità di intendere e di volere o decesso.

Dando un breve sguardo a ciò che accade fuori dai confini italiani, ad oggi, la maggioranza dei paesi dell’Unione europea prevede discipline per le unioni omosessuali, in taluni casi con l’istituto dell’unione civile (come per esempio in Germania), in altri casi direttamente con il matrimonio (così, per esempio in Spagna, Francia, Regno Unito, Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, ecc) e una regolamentazione giuridica per le coppie non sposate ma conviventi. Tale situazione mette l’Italia in una posizione di ritardo e imbarazzo di fronte alle istituzioni comunitarie che da anni reclamano un intervento legislativo al nostro parlamento per la tutela giuridica di tutte quelle realtà diverse dal matrimonio “canonico” ed espongono lo Stato a moniti ripetuti e in alcuni casi condanne da parte dei tribunali internazionali.

Nota di aggiornamento: l’11 maggio 2016 la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente il ddl Cirinnà. La legge n. 76 del 2016, in tema di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, promulgata dal Presidente della Repubblica il 20 maggio 2016 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 21 maggio, entrerà in vigore il 5 giugno p.v. Sulla votazione il Governo ha posto la questione di fiducia e la legge è stata approvata con 369 voti favorevoli e 193 voti contrari.

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