La procreazione assistita: figli di una legge minore?

La legge 19 febbraio 2004, n. 40 detta la disciplina della procreazione medicalmente assistita (PMA), ovverosia delle tecniche mediche volte a realizzare un processo riproduttivo mediante il trattamento di gameti, sia femminili (ovociti) che maschili (spermatozoi).

La Corte costituzionale l’ha definita una normativa costituzionalmente necessaria perché accorda un livello minimo di tutela legislativa ad una pluralità di rilevanti interessi costituzionali, potenzialmente confliggenti tra loro: la salute della donna (art. 32 Cost.), la dignità dell’embrione (art. 2 Cost.), la libertà della ricerca scientifica (artt. 9 e 33 Cost.).

L’indubbia rilevanza delle normative ritenute costituzionalmente necessarie le sottrae, una volta venute ad esistenza, alla possibilità di abrogazione totale: difatti, la Corte costituzionale si è già trovata a dover respingere la richiesta di referendum abrogativo dell’intera legge n. 40/2004 ad un anno dalla sua entrata in vigore. I molteplici quesiti relativi all’abrogazione parziale della legge sono, invece, stati accolti, ma, com’è noto, la consultazione popolare tenutasi il 12 e 13 giugno 2005 non ha avuto alcun esito per la mancata partecipazione al voto della metà più uno degli aventi diritto (c.d. quorum strutturale).

immagine post

Ad ogni modo, la disciplina attuale della PMA è sensibilmente mutata ad opera di numerose pronunce della Corte costituzionale, delle quali si richiamano i principali apporti.

  • I possibili beneficiari delle tecniche sono le coppie, coniugate o conviventi, di maggiorenni di sesso diverso, entrambi viventi ed in età potenzialmente fertile. Ma, se la finalità dell’originaria disciplina era quella di porre rimedio ai problemi riproduttivi derivanti da infertilità o sterilità, con decisione del 2015 si è riconosciuto il diritto di accedere alle tecniche di PMA anche alle coppie fertili di cui uno o entrambi i componenti risultino affetti da malattia genetica trasmissibile rispondente a quei criteri di gravità che consentono l’interruzione volontaria della gravidanza, o aborto terapeutico, dopo i primi 90 giorni dall’inizio della gravidanza stessa (vale a dire « […] quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna», art. 6, comma 1, lettera b), della legge n. 194 del 1978, c.d. “Legge sull’interruzione volontaria della gravidanza”). Questa svolta è apparsa doverosa per accordare una maggior tutela alla salute della donna nonché coerenza ad un ordinamento che permetteva di perseguire l’obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla patologia ereditaria sofferta da uno o entrambi i genitori attraverso l’interruzione volontaria, ed anche reiterata, della gravidanza naturale, ma non anche avvalendosi di un trattamento meno traumatico ed attivabile prima della auspicata gravidanza, come quello di PMA. Si è, conseguentemente, ammesso il ricorso a condotte mediche di diagnosi genetica preimpianto (DGP) e di selezione degli embrioni risultati malati dalla preliminare DGP, al fine di evitarne il successivo impianto nell’utero della donna (peraltro, già nel 2012, la Corte europea dei diritti dell’uomo evidenziava la contraddittorietà del nostro ordinamento giuridico, nei termini già esposti).
  • L’accesso alle tecniche di PMA consente la produzione di un numero di embrioni non superiore a quello strettamente necessario e – venuto meno, con la prima delle sentenze in materia del 2009, l’obbligo di un unico e contemporaneo impianto, nell’utero della donna, del numero massimo di tre embrioni – rimette al medico curante la valutazione delle circostanze del caso concreto (principalmente, condizioni di salute ed età della donna), così da poter individuare il numero di embrioni idoneo per un impianto ritenuto di successo e rispettoso quanto più possibile della salute della donna e del feto. Ecco che, finalmente, possono avviarsi trattamenti diversi per situazioni cliniche diverse. Inoltre, l’originario limite poteva determinare la donna a sottoporsi ad ulteriori cicli di fecondazione, in caso di mancato attecchimento del primo impianto, o, invece, procurarle gravidanze plurime (dato il generale divieto di riduzione embrionaria previsto dalla legge), nel caso contrario: ad ogni modo, con potenziale danno alla sua salute e, eventualmente, del feto.
  • La fecondazione di tipo eterologo – tecnica che permette, in caso di sterilità assoluta ed irreversibile di uno dei membri della coppia, di realizzare una gravidanza utilizzando materiale genetico di un soggetto terzo – è nuovamente praticabile dal 2014 (come lo era prima dell’entrata in vigore della legge in esame) a seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale del relativo divieto da parte della Corte costituzionale. In precedenza, la Corte europea dei diritti dell’uomo, interrogata sull’argomento da una coppia austriaca, dopo un’iniziale prognosi di irragionevolezza del divieto di fecondazione eterologa (2010), modificava il suo orientamento (2011) in senso opposto, ma ciò, evidentemente, non scoraggiava la ricorrente coppia italiana, le cui lamentele, come anticipato, venivano accolte dalla nostra Corte costituzionale. Si è scritto che il diritto di creare una famiglia con figli, anche a prescindere dal dato genetico, è espressione della libertà di autodeterminazione e non può dunque essere oggetto di un divieto assoluto, salvo risulti funzionale alla tutela di altri interessi di rango costituzionale; si è rilevata l’irragionevolezza di una previsione normativa posta in danno delle coppie affette dalle patologie più gravi, in contrasto con le finalità stesse della legge, e che assurge la loro capacità economica a requisito dell’esercizio di un diritto fondamentale, permettendogli o meno di recarsi all’estero laddove la tecnica è ammessa (ad esempio in Spagna, com’è noto). Compromessa, altresì, la salute fisica e psichica della coppia.

Qualche pillola in più:

  • Il giudice costituzionale ha affermato che l’embrione «quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico», nemmeno se malato, e la sua tutela trova fondamento nella Costituzione (art. 2 Cost.); così ha mantenuto il divieto di soppressione degli embrioni, anche se malati, perché una tale lesione non troverebbe giustificazione nella necessità di tutelare altro interesse antagonista e di pari rango costituzionale, come ad esempio la salute della donna.
  • Nella più recente delle sentenze in materia di PMA, dello scorso marzo, il giudice costituzionale ha ritenuto di non potersi pronunciare sulla conformità a Costituzione del divieto di ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni inidonei all’impianto, non finalizzata alla tutela degli stessi (art. 13, l. n. 40/2004), auspicando un intervento del Legislatore in ragione dell’elevata discrezionalità del necessario contemperamento tra interessi costituzionali in conflitto, quali dignità dell’embrione e libertà della ricerca scientifica. La Corte europea dei diritti dell’uomo, in un caso analogo deciso nell’agosto 2015, aveva ritenuto di salvare il medesimo divieto, prendendo atto dell’assenza di un univoco orientamento in materia in ambito europeo.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...