La revisione costituzionale in pillole

Come anticipato la settimana scorsa nel post sui 70 anni della Repubblica, questa settimana comincia la nostra rubrica dedicata all’attuale riforma costituzionale, sulla quale gli italiani saranno chiamati a esprimersi il prossimo ottobre.

È chiaro infatti che per poter scegliere in piena autonomia cosa votare al referendum di ottobre è necessario conoscere i contenuti della proposta di revisione costituzionale. A tal fine, una volta a settimana, si proverà a illustrare la riforma punto per punto, in maniera semplice e lineare.

Per cominciare, in questo articolo si spiega cosa s’intende per revisione costituzionale, indicandone procedimento e limiti. Del resto, conoscere come si riforma e cosa è possibile riformare della Carta costituzionale è il primo passo per poter decidere consapevolmente sul merito della riforma.

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Quando si parla di revisione costituzionale è necessario specificare due cose: la prima è che non tutte le parti della nostra Carta possono essere oggetto di modifica e la seconda è che, per le parti modificabili è necessario seguire il procedimento aggravato indicato all’art. 138 della Costituzione. Tale procedimento si dice aggravato poiché le procedure più complesse e i tempi più lunghi lo distinguono dal normale procedimento di approvazione delle leggi ordinarie.

In primo luogo, nessuna revisione può intervenire sulla nostra forma istituzionale, dal momento che «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale» (art. 139 Cost.). In altre parole, non può modificarsi la forma di Stato repubblicana scelta dagli italiani il 2 giugno 1946.

Allo stesso modo, non si può dar luogo a una revisione che miri a eliminare dal testo della Costituzione i c.d. principi supremi, per esempio i diritti fondamentali; il principio della sovranità popolare (art. 1 Cost.); il principio dell’eguaglianza (art. 3 Cost.); il principio di unità della Repubblica (art. 5 Cost.); il principio della rappresentatività; il principio democratico; etc. Del resto, eliminare tali principi implicherebbe un cambiamento di fatto del nostro ordinamento costituzionale, al punto da non potersi più parlare di revisione, bensì di vero e proprio mutamento del patto fondamentale che unisce la nostra comunità.

Infine, non è nemmeno possibile eliminare il procedimento aggravato previsto all’art. 138 Cost., perché se ciò fosse possibile verrebbe meno una caratteristica fondamentale della nostra Costituzione: la rigidità. Infatti, senza il procedimento aggravato di cui all’art. 138 Cost. la Costituzione potrebbe essere modificata attraverso una semplice legge ordinaria. In questo modo verrebbe eliminato il coinvolgimento delle minoranze parlamentari che nel procedimento di revisione costituzionale acquisiscono un peso importante.

In cosa consiste, dunque, il procedimento aggravato di revisione costituzionale?

Esso si articola in due fasi: la prima, che è obbligatoria, si svolge in Parlamento e prevede la discussione del disegno di revisione costituzionale e l’approvazione dello stesso con una doppia deliberazione da parte di ciascuna delle due Camere.

Tra le due successive deliberazioni da parte di ciascuna Camera (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) deve intercorrere un periodo di tempo non inferiore a tre mesi. Nella prima votazione è richiesta la maggioranza semplice dei componenti di ciascuna delle due Camere, secondo il normale procedimento di approvazione delle leggi. Dopo questa prima approvazione del testo interviene la c.d. pausa di riflessione, tre mesi di tempo che dovrebbero servire a ciascun parlamentare per riflettere e valutare attentamente le scelte che si stanno per compiere e che potrebbero portare alla modifica della Costituzione.

Decorsi i tre mesi è possibile procedere a una seconda votazione, nella quale sono richieste maggioranze qualificate. Il disegno di revisione costituzionale infatti può essere approvato o con la maggioranza qualificata dei 2/3 o con la maggioranza assoluta dei votanti (50% + 1) dei componenti di ciascuna Camera.

Se l’approvazione avviene con maggioranza dei 2/3 in entrambe le Camere, il testo di revisione verrà promulgato dal Presidente della Repubblica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrerà poi in vigore. È stato così per la riforma costituzionale del 2012 che ha introdotto nella nostra Costituzione il principio dell’equilibrio di bilancio (legge costituzionale 1 del 2012).

Diversamente, se l’approvazione avviene a maggioranza assoluta in entrambe le Camere si apre la seconda fase, solo eventuale: il referendum costituzionale.

In tale ipotesi il testo di revisione costituzionale approvato in Parlamento verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale a scopo notiziale (cioè per rendere noto a tutti il disegno di revisione costituzionale) e da quel momento decorreranno tre mesi entro i quali è possibile richiedere che la legge di revisione sia sottoposta a referendum costituzionale (è questo il caso della riforma Renzi-Boschi sulla quale gli italiani si pronunceranno a ottobre prossimo).

Se nell’arco di questo tempo nessuno richiede il referendum, la legge di revisione costituzionale verrà promulgata dal Presidente della Repubblica, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, questa volta non solo a scopo notiziale, ed entrerà in vigore.

Possono richiedere il referendum costituzionale 1/5 dei membri di ciascuna Camera o 5 Consigli regionali o 500.000 elettori. Nel referendum costituzionale non è richiesto il quorum strutturale (che invece è richiesto nel referendum abrogativo), pertanto perché la riforma possa dirsi legittima essa deve conseguire la maggioranza dei voti validi espressi In altre parole, non è necessario che si rechino alle urne il 50% + 1 degli aventi diritto di voto, ma è sufficiente che i alla riforma siano numericamente superiori ai no.

Sulla forma del quesito e sulla possibilità del c.d. “spacchettamento” dei quesiti referendari si rinvia ai prossimi post di pillole.

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Infografica #1 – la revisione costituzionale

Qualche pillola in più:

  • dal 1948 a oggi la Costituzione è stata oggetto di revisione costituzionale 15 volte: nel 1963 2 volte (legge costituzionale 2 e 3); nel 1967; nel 1989; nel 1991; nel 1992; nel 1993; 2 volte nel 1999 (con il riconoscimento della autonomia statutaria delle Regioni); nel 2000 (con la istituzione della circoscrizione Estero per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini all’estero); 2 volte nel 2001 (tale revisione è stata sottoposta a referendum costituzionale); nel 2003 (sul riconoscimento costituzionale della promozione della pari opportunità tra donne e uomini); nel 2007 e infine nel 2012.
  • Solo in due casi le revisioni costituzionali sono state oggetto di referendum: la legge di revisione costituzionale n. 1 del 2001 e la c.d. devolution del 2006. Il referendum del 2001 ha avuto esito positivo e la riforma è diventata legge a tutti gli effetti. Al contrario, il progetto di revisione costituzionale del 2006 ha avuto esito negativo (la maggioranza dei votanti si è schierata per il no).
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