Camera dei deputati con vista (sulla riforma costituzionale)

Proseguendo nell’analisi del disegno di legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi, oggi parliamo di cosa cambia per la Camera dei Deputati, in particolare nel suo rapporto con il Governo.

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La Camera dei Deputati sarà l’unica camera eletta direttamente dal corpo elettorale (secondo le modalità indicate dalla legge elettorale in vigore; ad oggi l’Italicum). Come tale sarà anche l’unica camera a poter concedere e revocare la fiducia al Governo.

In quanto titolare principale della funzione legislativa, la Camera dei Deputati è direttamente interessata dalle modifiche apportate al procedimento legislativo.

In primo luogo, come si è visto nel precedente post sul Senato, tutte le leggi saranno approvate solo dalla Camera dei Deputatiad eccezione di quelle indicate dall’art. 70, primo comma, Cost., che continueranno a richiedere l’approvazione di un testo identico da parte di entrambi i rami del Parlamento.

La riforma introduce poi uno strumento attraverso cui il Governo potrà “forzare” la Camera a pronunciarsi (affermativamente o meno) in tempi rapidi su un disegno di legge. Ciò senza dubbio rafforzerà i poteri di indirizzo del Governo sull’attività legislativa del Parlamento, pur senza modificare la forma di governo italiana, che rimane di tipo parlamentare.

In particolare, quando il Governo riterrà che un disegno di legge sia essenziale per la realizzazione del proprio programma, potrà richiedere alla Camera dei deputati di decidere, entro 5 giorni dalla propria domanda, di inserire il disegno di legge in questione nell’ordine del giorno dei lavori di assemblea con priorità. Da tale deliberazione decorrerà il termine di 70 giorni entro il quale la Camera dovrà pronunciarsi in via definitiva sul disegno di legge in questione.

Il Governo potrà sempre ricorrere a tale strumento di accelerazione dei tempi di discussione parlamentare, a meno che non si tratti di alcune leggi espressamente indicate dal nuovo art. 72 Cost. (tutte quelle che rimangono “bicamerali”, le leggi in materia elettorale, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali e le leggi di cui agli articoli 79 e 81, sesto comma).

Se da un lato la riforma quindi tenta di dare una soluzione ai tempi spesso molto dilatati del procedimento legislativo ordinario, contemporaneamente introduce dei limiti alla possibilità per il Governo di aggirare le lunghe tempistiche di approvazione delle leggi, attraverso la cd. decretazione d’urgenza.

Il decreto-legge è un atto avente forza di legge che il Governo può approvare solo nei casi di straordinaria necessità ed urgenza. Si tratta di un provvedimento provvisorio, efficace per 60 giorni. Se entro questo termine il Parlamento non lo converte in legge, il decreto legge perde di efficacia fin dalla sua approvazione.

La riforma prevede che quando il Governo approverà un decreto-legge, sarà tenuto, il giorno stesso, a presentarlo alla sola Camera dei Deputati per la conversione in legge, anche in quelle materie che restano “bicamerali” (per cui la legge di conversione seguirà il procedimento di cui all’art. 70, primo comma, Cost., in cui la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere).

In ogni caso, viene precisato che il decreto legge dovrà contenere misure di immediata applicazione (cioè per l’appunto urgenti) e che nella legge di conversione non possano essere inserite modifiche estranee all’oggetto del decreto.

Inoltre, poiché negli anni non sempre sono stati rispettati i presupposti indicati dalla Costituzione o sono stati interpretati in modo alquanto elastico dai vari governi che si sono succeduti, la riforma interviene fissando nuovi limiti, oltre alla straordinaria necessità e urgenza, che circostanziano meglio la possibilità del Governo di ricorrere a questo strumento normativo.

A ben vedere in realtà non si tratta di limitazioni del tutto innovative, visto che ricalcano le indicazioni date negli anni dalla Corte costituzionale.

In particolare, il Governo non potrà mai:

  1. approvare decreti-legge nelle materie di cui all’art. 72, quarto comma, Cost. (quelle cioè per le quali la Costituzione indica come necessario il dibattito nel plenum dell’Aula e cioè disegni di legge: in materia costituzionale ed elettorale; di delegazione legislativa; di conversione in legge di decreti; di autorizzazione a ratificare trattati internazionali e  di approvazione di bilanci e consuntivi);
  2. riapprovare disposizioni adottate con decreti che non sono stati convertiti in legge e regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi;
  3. ripristinare l’efficacia di norme di legge o di atti aventi forza di legge che la Corte costituzionale abbia dichiarato illegittimi per vizi sostanziali.

Qualche pillola in più:

  • Solo ai deputati spetterà un’indennità per l’attività svolta in Parlamento, mentre ai senatori verrà riconosciuta solo l’indennità stabilita per la carica di consigliere regionale o di sindaco.
  • Il nuovo art. 64 Cost. prevede che i regolamenti di entrambe le Camere, oltre al funzionamento e all’organizzazione dei lavori, garantiscano i diritti delle minoranze parlamentari. In particolare il regolamento della Camera dei deputati dovrà disciplinare lo statuto delle opposizioni.
  • In ragione del forte assenteismo di deputati e senatori nelle ultime legislature, la riforma aggiunge un sesto comma all’art. 64 che introduce in Costituzione il dovere per i membri del Parlamento di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.
  • La riforma prevede che, nei casi in cui il Presidente della Repubblica invece di promulgare la legge di conversione, la rinvii alla Camera dei deputati per un’ulteriore valutazione, il termine dei 60 giorni per convertire un decreto legge sia allungato di ulteriori 30 giorni.
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