Unione europea: IN & OUT

L’Unione europea è attualmente composta da 28 Stati membri: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria.

Per entrare o uscire dall’Unione europea i Trattati individuano apposite procedure.

ineout

I Paesi attualmente candidati all’adesione all’Unione europea sono l’Albania, la Ex Repubblica Iugoslava di Macedonia, il Montenegro, la Serbia e la Turchia; i candidati potenziali sono, invece, la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo.

Lo status di paese candidato viene concesso dal Consiglio europeo, a seguito di un parere favorevole da parte della Commissione europea.

Le condizioni di ammissibilità e la procedura di adesione all’Unione europea sono definite dall’art. 49 del Trattato sull’Unione europea (TUE).

Anzitutto lo Stato richiedente deve soddisfare il requisito “geografico”, consistente nell’appartenenza dello Stato al continente europeo in tutto il suo territorio o in una sua parte: in quest’ultimo caso, è tuttavia necessario che all’elemento geografico si accompagnino condizioni storico-culturali idonee a confermare il carattere sostanzialmente o prevalentemente “europeo” dello Stato o della sua struttura sociale (si veda, ad esempio, il caso della Turchia).

In secondo luogo, è richiesto il rispetto e la promozione dei valori fondamentali enunciati dall’art. 2 TUE, in base al quale:

L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’ugua­ glianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appar­ tenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini“.

Lo Stato che intende candidarsi deve soddisfare alcuni criteri di ammissibilità, definiti dal Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993 (c.d. criteri di Copenaghen) e poi migliorati in occasione del Consiglio europeo di Madrid del 1995:

  1. la presenza di istituzioni stabili, che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela (requisito politico);
  2. l’esistenza di un’economia di mercato affidabile e la capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione (requisito economico);
  3. l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, in particolare, la capacità di attuare efficacemente le norme, le regole e le politiche dell’UE, nonché l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria (requisito giuridico).

Per avviare i negoziati di adesione, è richiesto il soddisfacimento del primo criterio, per completare il procedimento occorre adempiere anche agli altri due.

Il procedimento di adesione può essere scomposto nelle seguenti fasi:

  1. presentazione di una richiesta formale di adesione. Il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali vengono informati di tale domanda, che viene trasmessa dallo Stato richiedente al Consiglio europeo. Quest’ultimo deve prendere la decisione all’unanimità, previa consultazione della Commissione europea e previa approvazione del Parlamento europeo, il quale delibera a maggioranza dei membri;
  2. avvio dei negoziati, a seguito di una decisione unanime del Consiglio europeo, dopo aver ricevuto un parere favorevole del Parlamento europeo. Essi si svolgono durante le conferenze intergovernative tra i governi dei Paesi membri e il governo del Paese candidato;
  3. processo di screening, ossia di controllo, che si svolge parallelamente alla fase dei negoziati e serve a verificare che il Paese candidato abbia recepito la normativa europea o abbia intenzione di recepirla entro la data di adesione;
  4. adesione, mediante un accordo internazionale tra lo Stato richiedente e gli Stati membri: il Trattato di adesione. In un accordo collegato (c.d. “Atto di adesione”) vengono precisate le condizioni per l’ammissione e i necessari adattamenti dei Trattati. Tale accordo viene sottoposto alla ratifica da parte di tutti gli Stati contraenti, conformemente alle loro rispettive norme costituzionali. L’ingresso formale dello Stato nell’Unione europea coincide con la data di entrata in vigore del Trattato di adesione.

Il Trattato di Lisbona (entrato in vigore il 1° dicembre 2009) ha introdotto espressamente la possibilità per gli Stati membri di uscire dall’Unione europea.

In precedenza, questa facoltà non era prevista, quasi a sottolineare il carattere permanente riconosciuto al processo di integrazione europea, mediante la previsione formale della durata illimitata dei Trattati (gli artt. 53 TUE e 356 TFUE stabiliscono che i rispettivi Trattati sono conclusi per una durata illimitata).

La norma di riferimento che disciplina un meccanismo di recesso volontario e unilaterale è rappresentata dall’art. 50 del TUE.

Il Paese che decide di recedere deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo, che presenta i suoi orientamenti per concludere un accordo che contenga le modalità del recesso e le future relazioni dello Stato recedente con l’Unione europea. L’accordo viene concluso dal Consiglio a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo.

I trattati cessano di essere applicabili al Paese

  • a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso, oppure
  • due anni dopo la notifica della decisione di recedere, se l’accordo non viene concluso.

Lo Stato recedente può, in ogni caso, chiedere di aderire nuovamente all’Unione europea, mediante una nuova procedura di adesione, secondo i tempi di attesa connessi a precedenti candidature di altri Paesi.

A seguito del voto favorevole alla Brexit del 23 giugno scorso, è molto probabile che la Gran Bretagna nei prossimi mesi inizierà la procedura ex art. 50 TUE per uscire dall’Unione europea.

Non è prevista, invece, una disciplina che consenta di “cacciare” uno Stato membro dall’Unione europea, nemmeno in caso di gravi violazioni dei Trattati.

L’art. 7 TUE prevede però che, qualora uno Stato membro ponga in essere una grave e persistente violazione dei valori tutelati dall’art. 2 TUE (vedi sopra), l’Unione europea può decidere di sospendere alcuni dei diritti derivanti allo Stato membro dall’applicazione dei Trattati, compresi i diritti di voto del rappresentante del Governo di tale Stato membro in seno al Consiglio. Il procedimento che conduce alla sospensione è molto complesso e articolato: per questa ragione, anche se sono state aperte indagini per accertare le violazioni di alcuni Stati membri (per esempio la Polonia e l’Ungheria), la procedura di sospensione non ha mai condotto all’irrogazione di sanzioni.

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