Scozia, Catalogna e Veneto: non secede, ma se secede…

La fase storica che stiamo vivendo sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione europea, con l’affiorare sempre più incessante dei movimenti nazionalisti: è di poco più di un mese fa il referendum sulla Brexit, che dovrebbe portare all’uscita del Regno Unito dall’UE.

Analoghi sentimenti di indipendenza dal centro si riscontrano anche a livello “interno” ai singoli Stati membri, aprendo la porta a possibili “secessioni”.

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Con questo termine si identifica una situazione in cui una porzione di territorio di uno Stato si separa per formare uno Stato nuovo e indipendente. Generalmente, il rischio di una secessione si verifica in Stati che al loro interno presentano delle entità territoriali con una lingua, tradizioni storiche, culturali o istituzioni con tratti diversi rispetto al resto della Nazione: possono essere qualificate, quindi, come delle realtà “quasi nazionali”, già definite nei confini e nelle tradizioni.

Se solo guardiamo l’ultimo triennio (2014-2016), l’UE ha vissuto ben 3 tentativi di secessione, alcuni dei quali non ancora del tutto risolti: Scozia, Catalogna e Veneto. In tutti e tre i casi, con diverse gradazioni, ai fattori culturali e storici dei territori interessati si sono sommate (in modo tutt’altro che marginale) ragioni di carattere economico.

Partiamo dal caso scozzese.

Le istanze di indipendenza della Scozia hanno origini molto lontane nel tempo. Tuttavia, il sentimento secessionista scozzese è andato crescendo negli ultimi anni, specie a seguito della crisi finanziaria mondiale. Prova ne è la crescita esponenziale nei consensi dello Scottish National Party, partito che mira all’indipendenza della Scozia non solo per ragioni storiche, ma anche (e soprattutto) per sfuggire alle politiche economiche accentratrici del Parlamento nazionale.

La possibilità di separarsi definitivamente dal Regno Unito e di diventare uno Stato indipendente, privo di ogni legame con Londra, si è presentata a seguito del c.d. accordo di Edimburgo del 15 Ottobre 2012 tra il Governo britannico e il Governo scozzese. In tale accordo si stabiliva la possibilità per il parlamento scozzese di indire un referendum per chiedere ai propri cittadini se fossero favorevoli o meno all’indipendenza della Scozia dal Regno Unito.

La consultazione, alla quale ha preso parte l’84% della popolazione scozzese maggiore di 16 anni, è avvenuta il 19 Settembre 2014, dando, però, esito negativo alla secessione: il 55% degli elettori si è infatti espresso contro la separazione dal Regno Unito. Ciononostante, la grande affluenza alle urne e il ridotto scarto percentuale tra i Sì e i No alla secessione, hanno indotto il Parlamento di Westminster a valutare la concessione di maggiori spazi di autonomia (tanto legislativa quanto economica) al territorio scozzese.

Continuiamo con la Catalogna.

In Spagna, la Catalogna è una comunità autonoma storica (insieme ai Paesi Baschi e a Navarra) in cui il sentimento autonomista dei cittadini è da sempre molto profondo e sentito. La vicenda che ha esacerbato gli animi e portato al tentativo di secessione (la cui querelle non può a tutt’oggi dirsi conclusa) tra però origine da questioni di carattere economiche. La Catalogna voleva infatti adottare lo stesso sistema di riscossione  dei tributi delle altre due comunità storiche (più favorevole del resto delle comunità). Al netto rifiuto dello Stato centrale (supportato anche da una pronuncia del Tribunal Constitucional) è seguito un inasprimento dei rapporti e un’esplosione del sentimento secessionista catalano. Al contrario della vicenda scozzese, però, la possibilità di secessione dalla Spagna non è consentita giuridicamente dal diritto spagnolo e il governo nazionale vi si è sempre opposto.

Ciononostante il Parlamento ed il Governo catalano hanno proseguito l’iter per indire un referendum sull’indipendenza. Nonostante il Tribunale costituzionale spagnolo il 25 marzo 2014 avesse sospeso il referendum, il 9 Novembre 2014 in Catalogna si è comunque svolta una “consultazione plebiscitaria” informale per chiedere ai cittadini catalani se volessero rendere la Comunità indipendente dal resto della Spagna. La scarsa affluenza alle urne (solo il 30% degli elettori), ha tolto peso alla vittoria schiacciante del SI alla secessione (con circa l’80% dei voti), legittimando il governo centrale spagnolo a non tenerla praticamente in conto. Ciononostante il Governo catalano sta proseguendo le attività per raggiungere l’indipendenza dal resto della Spagna.

Merita qualche parola anche la vicenda nostrana sul Veneto, alla quale i media hanno riservato una scarsissima attenzione.

Da qualche tempo la regione in questione rivendica l’identità del popolo veneto e manifesta una notevole insofferenza alle politiche economiche centralizzate del Bel Paese.

Con la legge 16 del 2014, anche il consiglio del Veneto ha indetto una consultazione referendaria per chiedere ai propri cittadini se volessero che la regione divenisse Repubblica indipendente e sovrana (separandosi, così, dall’Italia).

Il Governo italiano ha prontamente impugnato la legge dinnanzi alla Corte costituzionale, la quale, con la sentenza n. 118 del 2015, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale.

La legge è stata dichiarata illegittima perché in palese violazione dell’art. 5 Cost., che sancisce il principio supremo dell’indivisibilità della Repubblica. In quanto principio supremo dell’ordinamento costituzionale esso è immodificabile e non suscettibile in alcun modo di essere derogato.

La regione, contrariamente a quanto accaduto in Catalogna, si è adeguata alla decisione resa dalla Corte costituzionale e, almeno per il momento, non ha indetto alcuna consultazione popolare né ha intrapreso alcuna altra azione per proseguire sulla strada della secessione. È in previsione, invece, un referendum consultivo (quest’ultimo ritenuto legittimo dalla Corte costituzionale) per chiedere ai cittadini veneti se vogliono che alla Regione sia concessa una maggiore autonomia, in linea con quanto previsto dall’art. 116, comma 3, Cost.

Quali sono i problemi di una possibile secessione?

  • da un punto di vista giuridico, la separazione dallo Stato centrale  è giuridicamente consentita solo se il diritto costituzionale interno la consente e ne determina anche modalità e procedimento. Se una disciplina che regoli la separazione non è presente nell’ordinamento, la secessione non può che avvenire con uno “strappo” al sistema.
  • La secessione crea un “nuovo” Stato, il quale per poter agire autonomamente come soggetto di diritto (stipulare trattati, accordi, scambi di merci, persone etc.) deve essere riconosciuto come tale dagli altri Stati della Comunità internazionale. Se la secessione si realizza “contro” le norme costituzionali di riferimento e non in modo pacifico (ad esempio a seguito di una guerra civile o interventi armati), la Comunità internazionale potrebbe fare fronte comune per non riconoscere il nuovo Stato.
  • Un ultimo dato riguarda specificatamente noi europei: cosa accade nell’Unione se uno Stato membro si “smembra”? L’uscita da uno Stato membro dell’UE, come precisato dalle istituzioni europee, comporterebbe per i nuovi Stati l’automatica uscita dall’UE. Per “rientrare”, previo riconoscimento quali nuove entità statali (non scontato), i nuovi Stati dovrebbero candidarsi per l’adesione e seguire tutti i controlli e le procedure (oltre che la lista di attesa) previste dall’art. 49 del TUE (Trattato sull’Unione Europea).
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