Dove c’è riforma costituzionale, c’è modifica del Titolo V

L’ultimo post prima delle vacanze estive è incentrato sulle modifiche – contenute nel ddl di revisione costituzionale – al Titolo V, la parte cioè della Costituzione che si occupa degli enti territoriali.

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Non è la prima volta che il legislatore interviene su questa parte della Costituzione: la legge costituzionale n. 3 del 2001, ha modificato il riparto di competenze legislative tra stato e regioni, con l’idea di valorizzare l’attività di queste ultime (art. 117);  ha delineato il principio di sussidiarietà per le funzioni amministrative, da attribuire in prima istanza e dove possibile all’ente più vicino al cittadino (art. 118) e ha ridisegnato l’autonomia finanziaria degli enti territoriali, attribuendo loro – almeno sulla carta – autonomia di entrata e di spesa (art. 119). Ha inserito inoltre le Città metropolitane tra gli enti costituzionalmente necessari e ha introdotto la possibilità per le Regioni a statuto ordinario di chiedere maggiori spazi di autonomia al Parlamento nazionale (art. 116, comma 3).

Un’ulteriore riforma, intervenuta nel 2012 (che ha introdotto in Costituzione il principio dell’equilibrio di bilancio), ha parzialmente modificato le competenze legislative ed è intervenuta sull’autonomia finanziaria delle Regioni e degli enti locali, per adeguare il testo costituzionale alle esigenze di contenimento della spesa pubblica imposte all’Italia dall’UE.

Poiché le norme contenute nel Titolo V, così come disegnato da tali riforme, hanno presentato fin da subito molteplici difficoltà di attuazione, da anni ormai tanto la dottrina quanto l’ambiente politico manifestavano l’esigenza di operare un restyling dello stesso, suggerendo soluzioni differenti a tal fine.

La riforma Renzi Boschi interviene sul Titolo V e, senza dubbio le modifiche più significative riguardano l’art. 117 Cost.

Per meglio comprendere le modifiche proposte nel ddl in merito a tale articolo, occorre prima descriverne brevemente la disciplina vigente.

Attualmente, lo Stato detiene una competenza legislativa esclusiva nelle materie elencate all’art. 117, comma 2, Cost.: ciò significa che in quelle materie solo lo Stato può legiferare. Il comma 3 dell’art. 117 Cost., individua poi una competenza concorrente tra Stato e Regioni: in queste materie lo Stato è chiamato ad approvare leggi contenenti i principi generali e le Regioni intervengono con la disciplina di dettaglio. Tutto ciò che non è indicato in tali commi rientra – teoricamente – nella competenza “residuale” delle Regioni, individuata dal comma 4 con la seguente formula “Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato“.

In realtà, a seguito delle numerosissime decisioni della Corte costituzionale sul punto, la competenza residuale, che avrebbe dovuto essere molto estesa, è stata di volta in volta fortemente limitata.

Prendendo atto di tale giurisprudenza, la riforma elimina la concorrenza residuale e la sostituisce con un elenco delle materie specifiche che saranno di competenza legislativa delle Regioni; sparisce inoltre la competenza concorrente, e vengono parzialmente modificate le materie di competenza esclusiva dello Stato. In tal modo, dovrebbe risultare più agevole capire “chi fa cosa”, riducendo così anche il contenzioso davanti alla Corte costituzionale, generato negli ultimi anni dalle frequenti sovrapposizioni dell’attività legislativa statale e regionale.

Al comma 5 dell’art. 117 Cost. la riforma introduce poi la c.d. clausola di supremazia: in base a questa disposizione lo Stato potrà intervenire anche in materie che sarebbero di competenza regionale, “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale

Le leggi approvate avvalendosi della clausola di supremazia, però, rientrano tra quelle di cui all’art. 70, comma 1, Cost., cioè quelle per cui continua ad essere richiesta l’approvazione di un testo di legge identico da parte di entrambi i rami del Parlamento: ciò significa che in questi casi il Senato, che come abbiamo già visto dovrebbe diventare la camera di rappresentanza delle autonomie territoriali, continuerà a detenere la funzione legislativa e la Camera dei Deputati non potrà procedere autonomamente.

Il ddl elimina inoltre le Province dal testo della Costituzione. Ciò non significa però che le stesse cesseranno automaticamente di esistere se la riforma dovesse superare la prova del referendum: la Provincia infatti semplicemente non sarà più un ente costituzionalmente necessario, e le sue funzioni saranno rimesse alla disciplina legislativa statale e regionale (in parte la l. 56/2014 ha già provveduto in tal senso).

Infine, nonostante l’iniziale intenzione di eliminarlo, resta in Costituzione, seppure parzialmente modificato, l’art. 116, comma 3, che come detto in precedenza permette alle regioni a statuto ordinario di chiedere maggiore autonomia allo Stato. Ancorché ad oggi nessuna Regione abbia mai avanzato una richiesta di tal genere, è plausibile che nei prossimi mesi il Veneto ricorrerà all’istituto, come anticipato in un precedente post.

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