L’Italicum va alla Corte (ma non subito)

Come già anticipato in un precedente post, la Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del cd. “Italicum” (la legge elettorale per la Camera dei Deputati, legge n. 52 del 2015), con due ordinanze pronunciate dai Tribunali di Messina e, successivamente, di Torino.

Negli scorsi giorni la Corte costituzionale ha reso nota la decisione di rinviare ad altro ruolo (in pratica, a data da destinarsi) l’udienza in cui si sarebbe discusso delle due questioni di legittimità sollevate, probabilmente per non interferire con il dibattito sulla riforma costituzionale (in vista del referendum che si terrà il 4 dicembre 2016). Anche perché, nell’eventualità che la revisione costituzionale entri in vigore, si aprirebbero ulteriori canali per il giudizio di legittimità sulla legge elettorale. La stessa riforma, infatti, prevede che la Corte costituzionale possa pronunciarsi sulle leggi elettorali (con effetto in qualche modo “retroattivo”) anche su richiesta di un terzo dei senatori o di un quarto dei deputati.

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In attesa della pronuncia della Corte, cerchiamo di riassumere le questioni che i due tribunali hanno ritenuto “non manifestamente infondate”. In altre parole, gli aspetti della legge elettorale che, ad avviso dei giudici che hanno pronunciato le ordinanze, potrebbero non essere conformi alla Costituzione.

  1. Il premio di maggioranza. Il premio (340 seggi) è assegnato indipendentemente dal numero di persone che hanno effettivamente partecipato alle elezioni, cioè il 40% dei votanti, i quali – tuttavia – potrebbero rappresentare una percentuale molto minore degli aventi diritto al voto. Allo stesso modo, non è previsto un numero minimo di votanti per la validità del ballottaggio e la conseguente assegnazione del premio di maggioranza. Ciò violerebbe i principi di uguaglianza del voto e di “ragionevolezza” del sistema elettorale.
  2. La soglia di sbarramento (3%) pur non essendo ritenuta irragionevole nella sua entità, è censurata perché, in presenza di un premio che di per sé assicura la presenza di una maggioranza stabile, limiterebbe eccessivamente il diritto di voto.
  3. Il particolare meccanismo di distribuzione dei seggi limiterebbe il collegamento tra “eletto” e “territorio”: nei casi in cui una lista ottenga più seggi dei propri candidati in una certa circoscrizione, infatti, avrebbe diritto a farne eleggere un altro proveniente da una circoscrizione diversa. Ciò comporterebbe una lesione del principio di rappresentatività.
  4. I “capilista bloccati”. L’Italicum prevede che il capolista di ogni circoscrizione (in totale 100) sia “bloccato”. In altre parole, all’interno di ogni lista capilista sono eletti in via prioritaria rispetto agli altri candidati, a prescindere dalle preferenze di questi ultimi. Questo significa, in particolar modo per le liste che eleggano meno di 100 deputati, che un numero significativo (o anche la totalità) degli eletti di ogni lista sarà “predeterminato” dalle stesse liste e, quindi, non dalle preferenze espresse. Ciò violerebbe i principi di libertà e personalità del voto. [Questione ritenuta invece manifestamente infondata dal Tribunale di Torino che però censura la facoltà rimessa ai capilista di scegliere, in assenza di criteri predeterminati, il collegio di elezione]
  5. Maggioranze “disomogenee” tra Camera e Senato. Dato che l’Italicum disciplina le elezioni per la sola Camera dei Deputati, l’elezione dei Senatori rimarrebbe regolata dalla disciplina previgente come “corretta” dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014. Ciò comporterebbe (allo stato attuale e nell’ipotesi in cui la riforma costituzionale non superi la prova del referendum), in ragione di soglie di sbarramento diverse tra le due Camere e della presenza del “premio” nella sola Camera dei Deputati, il rischio concreto di maggioranze disomogenee pur in presenza di percentuali simili ottenute dalle liste di Camera e Senato. Ciò implicherebbe l’irragionevolezza della legge.
  6. Mancato rinvio dell’entrata in vigore della legge alla data di (eventuale) entrata in vigore della riforma costituzionale. La riforma costituzionale approvata dalle Camere prevede la modifica del Senato i cui componenti non saranno più direttamente elettivi. In quest’ottica, la legge elettorale disciplina solo l’elezione dei deputati: tuttavia, il legislatore ha omesso di rinviare l’entrata in vigore della legge al momento dell’eventuale entrata in vigore della riforma costituzionale. Ciò determinerebbe un ulteriore profilo di irragionevolezza.

Qualche pillola in più:

  • Le questioni di legittimità costituzionale, in base alla costituzione vigente, possono essere sollevata “in via diretta” dallo Stato (contro le leggi regionali) e dalle Regioni (contro le leggi statali e di altre Regioni, ma solo se ci sono violazioni delle proprie competenze), oppure “in via incidentale” e cioè nell’ambito di un altro e diverso giudizio (il cosiddetto giudizio principale). In quest’ultimo caso, un giudice, se ritiene che su una legge (o una sua parte), che ritiene di dover applicare nel giudizio (che sia, quindi “rilevante”), vi siano dei “dubbi” di legittimità costituzionale (presupposto della “non manifesta infondatezza”), può chiedere alla Corte costituzionale di pronunciarsi in merito.
  • Nei giudizi attivati in via incidentale, la Corte costituzionale verifica la sussistenza dei requisiti (“rilevanza” e “non manifesta infondatezza”) e, in loro assenza, dichiara la questione “non ammissibile”, senza entrare nel merito.
  • Fino al 2014 la Corte costituzionale non si era mai pronunciata direttamente sulla legittimità di una legge elettorale, per la difficoltà di attivare un giudizio simile in via incidentale: infatti, le leggi per l’elezione di Camera e Senato difficilmente trovano applicazione diretta in un giudizio ordinario.
  • Con la sentenza n. 1 del 2014, la Corte costituzionale si è pronunciata, per la prima volta, su una legge elettorale (il cd. “Porcellum”, legge n. 270 del 2005) dichiarandola illegittima sotto diversi profili (e le due ordinanze di rimessione contengono molti riferimenti a questa pronuncia). In quel caso, la questione era stata sollevata nell’ambito di un giudizio nel quale alcuni cittadini elettori chiedevano l’accertamento della lesione del loro diritto di voto da parte della legge elettorale. La Corte costituzionale ha ritenuto ammissibile la questione, ma ha fissato rigidi “paletti” per questioni di legittimità di questo tipo (cioè provenienti da giudizi di “accertamento” di un diritto che si ritiene leso direttamente da una legge). Cercando di semplificare il complesso ragionamento della Corte, questioni simili sono ammissibili solo se non vi sono altre strade per accedere al giudizio di legittimità (e quindi si è in presenza di una “zona franca”).
  • Infatti, successivamente, con la sentenza 110 del 2015, la Corte ha dichiarato inammissibile (perché “non rilevante”) una questione di legittimità relativa alla legge per l’elezione dei membri italiani del Parlamento europeo. La Corte ha infatti ritenuto che – diversamente per quanto accade per la legge elettorale di Camera e Senato – non vi fosse il rischio di una “zona franca”.

 

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