Sì o no alla riforma: la parola agli esperti (vol. I)

Come vi avevamo anticipato qualche settimana fa, sulla riforma costituzionale abbiamo deciso di lasciare la parola agli esperti, che da oggi e fino al referendum del 4 dicembre, diranno la loro sulle domande che abbiamo pubblicato in un precedente post.

domrisp

Ribadiamo che, in caso aveste nuove domande da proporre, saremo lieti di aggiungerle alla lista di quelle già formulate e interrogare i professori anche su quelle.

Nel frattempo, ecco a voi la prima intervista doppia:

NO

ROBERTO BIN

Professore Ordinario di Diritto costituzionale, Università di Ferrara

GIANFRANCO PASQUINO

Professore Emerito di Scienza politica, Università di Bologna

1. Riforma costituzionale: quale il punto di forza e quale il tallone d’Achille?

Il punto di forza è cambiare il Senato: diventeremo anche noi come tutti gli altri, una seconda camera che non è la replica della prima ma la sede di rappresentanza delle autonomie, cioè delle istituzioni che devono attuare le leggi nazionali. Siamo gli unici al mondo a pensare che le leggi nazionali possano essere varate senza acquisire il consenso e l’esperienza dei soggetti che devono applicarle. Questo è un risultato importante, che fa retrocedere in secondo piano il modo con cui il Senato è formato, che certo non è la più bella delle soluzioni possibili.

Non c’è nessun punto di forza. Sono riforme episodiche, contingenti, senza visione sistemica, con un deplorevole maquillage di basso populismo anticasta. Riguardano elementi di importanza/rilevanza molto variabile e discutibile. Non colgono in nessun modo il cuore del problema costituzionale italiano che non è una istituzione specifica, certo non il Senato, ma un insieme di relazioni che in una forma di governo parlamentare sono quelle fra cittadini-parlamento-governo.

2. Rapporti Camera-Senato: semplificazione/razionalizzazione o confusione?

Sicuramente semplificazione. Solo 14 leggi “bicamerali”, chiamate per nome e cognome così da non provocare conflitti: le altre saranno responsabilità della Camera, salvo che il Senato non chieda di esaminarle e, nel caso, di apportare modifiche. Poi spetta alla Camera decidere: ma sarà bene che tenga in considerazione ciò che il Senato dice, perché se no rischia di riproporsi il contenzioso davanti alla Corte costituzionale

Il bicameralismo italiano, paritario e nient’affatto perfetto, merita una revisione orientata non principalmente a tagliare poltrone e risparmiare soldi e neppure a consentire a qualsiasi maggioranza di decidere più in fretta, ma a dare maggiore e migliore rappresentanza agli italiani. Il futuro Senato, di cui sappiamo poco, avrà una composizione pasticciata e svolgerà funzioni confuse, garantendo conflitti di tutti i tipi fra Senato e senatori e Consigli regionali, fra Senato e Camera.

3. La riforma coglie le esigenze di modifica al testo costituzionale o ci sarebbe stato altro da fare? Quali le possibili soluzioni alternative di revisione?

Le cose da fare potrebbero essere tante, è ovvio. E molte potrebbero le soluzioni per la composizione della camera di rappresentanza delle autonomie. Ma aver introdotto il principio di cooperazione tra istituzioni nelle formazione delle leggi mi sembra un risultato prezioso. Non si poteva andare avanti affidando tutto al contenzioso davanti alla Corte costituzionale.

Nessuno ha spiegato quali siano le esigenze di modifica tranne il fare qualcosa, quasi qualunque cosa. Molti, ma, evidentemente, non tutti sostengono che è necessario dare più potere al governo (al suo capo?). Molti affermano che la decisionalità di un governo, purché sappia anzitutto progettare, dipende dalla sua stabilità. Maggioranze artificialmente gonfiate da premi in seggi potranno anche essere inamovibili, ma spesso sono anche rose da conflitti interni (come l’attuale governo Renzi) oppure diventano movimentatamente immobiliste. Il voto di sfiducia costruttivo è la modifica necessaria. Naturalmente, purché si cestini subito l’Italicum.

4. Riforma costituzionale e Italicum: due facce della stessa medaglia?

Niente affatto, due cose che stanno su piano del tutto diversi. La Costituzione che esce dalla riforma è compatibile con qualsiasi legge elettorale. Se l’Italicum non piace basta cambiarlo, è una legge ordinaria che può essere approvata rapidamente, se c’è l’accordo politico. Ma c’è?

No, non sono due facce della stessa medaglia, ma sono due brutte riforme che si peggiorano reciprocamente. Che stiano insieme (e insieme debbano cadere) lo ha certificato la Corte Costituzionale con il suo rinvio della sentenza sulla costituzionalità dell’Italicum. Come si può pensare che le modalità di elezione di una sola Camera non incidano pesantemente su tutti gli organismi di garanzia, a cominciare dal Presidente della Repubblica e dai giudici costituzionali a continuare con i rapporti Stato/Regioni? Non si può; non si deve.

5. La riforma costituzionale costituisce di per sé un pericolo per la nostra democrazia? E alla luce dell’attuale legge elettorale?

La riforma costituzionale non ampia i poteri dell’esecutivo, ma anzi li restringe, limitando l’uso del decreto-legge, ampliando la praticabilità del referendum, innalzando il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica. Quanto alla legge elettorale, non vedo proprio dove stiano i rischi per la democrazia. A me sembra che si parli un po’ a vanvera, anche se l’Italicum, come i sistemi elettorali di tutti i paesi moderni, tende a ridurre la rappresentanza parlamentari dei partiti più piccoli. Ma sarebbe democrazia dare a minoranze ridottissime il potere di ricatto nei confronti della maggioranze e del Governo?

 

I pericoli che mi sembrano visibili e lampanti sono quelli relativi alla funzionalità del sistema politico, vale a dire nessun miglioramento, qualche peggioramento. Quando, poi, una maggioranza ingrassata artificialmente si renderà conto di non riuscire a fare quello che desidera e che aveva promesso, allora sentirà molteplici frustrazioni e altrettante tentazioni autoritarie. Nel frattempo, regnerà una più o meno grave confusione di cui, con qualche conoscenza comparata, si può e si dovrebbe fare a meno. Altrimenti ci vorranno anni per riformare brutte e inadeguate riforme. Queste riforme sono meglio che niente? No, sono peggio dell’esistente.

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