It’s morning again in America: il sistema elettorale statunitense in pillole, all’indomani del voto

Conclusasi ieri una delle votazioni più importanti per l’assetto geopolitico mondiale, ovverosia quella che porterà all’elezione del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, non potevamo non dedicare una pillola a questo tema.

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Mentre ancora è in atto il conteggio dei voti, cerchiamo di capire come funziona il sistema elettorale degli “esportatori di democrazia” per eccellenza.

Quello statunitense è un sistema elettorale più complesso di quello che normalmente si pensa, frutto di una lunga e travagliata evoluzione che ha dovuto coniugare una delle più antiche infrastrutture federali del mondo con le mutevoli esigenze sociali.

In termini molto generali, la procedura di elezione del Presidente degli Stati Uniti può essere suddivisa in due momenti principali: quello della selezione dei candidati e quello della elezione vera e propria.

Alcuni elementi portanti del sistema elettorale sono disciplinati dalla Costituzione federale, mentre gran parte della regolamentazione di dettaglio è affidata a leggi federali e, soprattutto, statali, con discipline diverse da Stato a Stato.

La fase di selezione dei candidati alla presidenza si svolge attraverso le c.d. elezioni primarie, che alcuni partiti italiani hanno tentato (con non poche difficoltà) di imitare. Si tratta di un modello adottato per la prima volta dal Partito Democratico nel 1842 per lo Stato della Pennsylvania e che oggi presenta significative diversificazioni da Stato a Stato. In buona sostanza, si tratta di procedimenti di selezione organizzati dai partiti per consentire l’emersione “preliminare” di una certa preferenza verso un candidato rispetto a un altro.

Il sistema politico statunitense delle primarie si realizza con modelli diversi che portano alla selezione dei candidati: quello basato sul c.d. caucus – ovverosia una ristretta assise di dirigenti politici – operante per esempio in stati come Kentucky, Maine, Nebraska, Nevada,  Colorado, Minnesota e altri; o le convention di partito. Queste possono essere “aperte”, alle quali cioè possono partecipare tutti gli elettori registrati in quello Stato; “chiuse”, cioè accessibili solo agli elettori registrati e iscritti in quel partito; e “quasi-chiuse”, come nel New Hampshire, in cui il voto alla convention è preclusa agli iscritti all’altro partito.

Una volta individuato il candidato Presidente all’interno di ciascun partito, si passa alla successiva fase, quella dell’elezione vera e propria, nella quale i cittadini americani sono chiamati a eleggere non direttamente il Presidente, ma i c.d. “grandi elettori”.

Infatti, il Presidente degli Stati Uniti, che è al contempo capo di Stato e vertice dell’Esecutivo, non viene investito direttamente dal voto popolare, ma viene scelto sulla base del voto di un ristretto numero di soggetti (i c.d. grandi elettori), a loro volta designati dal voto popolare. Ad ogni Stato corrisponde un numero di grandi elettori pari alla somma dei senatori e dei deputati eletti nei rispettivi collegi statali. Va comunque tenuto presente che, sebbene la Camera dei Rappresentanti si rinnovi ogni quattro anni contemporaneamente alla carica di Presidente, i grandi elettori non coincidono con i membri del Congresso.

L’elezione dei grandi elettori avviene per lo più sulla base di un sistema di tipo maggioritario c.d. “winner-takes-all” con collegi plurinominali e sempre in abbinamento al candidato Presidente. In altre parole, gli elettori vengono chiamati ad esprimersi su liste di candidati a grande elettore abbinati ai candidati presidenziali. La lista di candidati come grandi elettori che ottiene il maggior numero di voti nel singolo Stato fa conseguire al candidato presidente abbinato tutti i grandi elettori spettanti a quello Stato e li fa, conseguentemente, perdere tutti al candidato avversario. Fanno eccezione a questo sistema solo gli Stati del Maine e del Nebraska che basano la propria selezione dei grandi elettori su un metodo proporzionale.

In un secondo momento, cioè il 15 dicembre, i grandi elettori così designati dal voto popolare si riuniscono nella capitale dello Stato per esprimere il proprio voto a favore del candidato Presidente a cui erano abbinati. Le schede che riportano i voti dei 538 grandi elettori degli Stati Uniti vengono quindi inviate al Senato federale che provvede a ricontarle e a certificare il risultato in seduta comune.

Il candidato che risulta aver ottenuto almeno 270 voti favorevoli, diventa Presidente.

Qualora nessun candidato abbia raggiunto tale soglia, decide la Camera dei Rappresentanti in una seduta in cui ciascuna delegazione statale esprime un solo voto. Qualora, invece, sia il candidato alla vice-presidenza a non ottenere la maggioranza assoluta dei voti dei grandi elettori, decide il Senato.

Sebbene non vi sia alcun vincolo legislativo o costituzionale, i grandi elettori hanno sempre tendenzialmente rispettato l’abbinamento al rispettivo candidato presidente. Non sono mancate, comunque, alcune rare eccezioni di grandi elettori c.d. “infedeli” come è stato il caso nel 1988 di Margaret Leach, che avrebbe dovuto eleggere il democratico Michael Dukakis invece del candidato alla vice-presidenza Lloyd Bentsen, o il caso nel 1976 di un grande elettore repubblicano che ritenne di esprimersi in favore di Reagan in luogo dell’uscente Gerald Ford.

I diversi Stati applicano modelli differenti di selezione dei candidati che inevitabilmente influiscono sulla fedeltà dei grandi elettori e sul legame col territorio del candidato prescelto.

Inoltre, un altro fattore che incide sul risultato finale è la previsione che l’iscrizione nei registri elettorali non è permanente. In altri termini, tutti gli elettori sono chiamati a iscriversi con congruo anticipo in corrispondenza di ciascuna elezione. Periodicamente, nella storia degli Stati Uniti, l’iscrizione nei registri elettorali è stata limitata o condizionata al fine di escludere alcune categorie dall’elettorato attivo come è stato il caso per le donne, per gli afro-americani e per gli ispanici, specie in alcuni collegi. Proprio questo grave problema della democrazia americana è stato l’oggetto delle battaglie di Martin Luther King che portarono a metà degli anni ’60 all’approvazione del Voting Rights Act da parte del Congresso.

Nonostante questi progressi ancora oggi si assiste a diversi tentativi di condizionare gli esiti elettorali attraverso limitazioni e condizionamenti delle modalità di voto. Ne costituisce un esempio il recente tentativo del Governatore dell’Ohio di limitare il c.d. voto anticipato che favoriva la partecipazione delle classi lavoratrici più povere consentendo di iscriversi nei registri e di votare contestualmente, in anticipo rispetto all’election day.

Come noto, in quest’ultima tornata elettorale i candidati emersi per la corsa alla Casa Bianca dei principali partiti in gioco sono stati Hillary Clinton per i Democratici e Donald Trump per i Repubblicani. Nel corso dei mesi di campagna elettorale, si è diffusamente riscontrato un profondo senso di insoddisfazione e, talora, di frustrata rassegnazione rispetto al livello della competizione tra i due principali candidati; da un lato, il populista e folkloristico Donald Trump per il partito Repubblicano e, dall’altro, la aristocratica esponente di un establishment conservatore Hillary Clinton, per il partito Democratico. Le candidature di Hillary Clinton e di Donald Trump sono risultate particolarmente divisive e insoddisfacenti, forse proprio perché in un certo senso “imposte” e non corrispondenti alla volontà popolare. Da un lato, la Clinton è stata una scelta obbligata in quanto ex-segretario di Stato e forte ex-candidata alle primarie presidenziali democratiche, mentre Trump è riuscito con i suoi milioni di dollari ad imporsi sui sistemi di selezione del Partito Repubblicano.

Ciò detto, mentre ancora si contano gli ultimi voti, appare chiara la vittoria schiacciante del Partito Repubblicano su quello Democratico, con un numero di grandi elettori tale (310 su 538) da consentire a Donald Trump la matematica certezza di diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

C’è solo da attendere il 15 dicembre, dunque, per l’investitura formale e nel frattempo chiedersi: saranno fedeli anche stavolta i grandi elettori?

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[di Alessandro Martinuzzi]

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