Nessuno è immune. Come funziona l’immunità parlamentare

La Costituzione italiana, all’art. 68 disciplina una serie di prerogative a cui sinteticamente ci si riferisce con l’espressione “immunità parlamentare”.

Si tratta, nel complesso, di una serie di forme di tutela volte a garantire la libertà dei parlamentari di esercitare le proprie funzioni senza temere ritorsioni (si, pensi, ad esempio, a quanto sta avvenendo in Turchia, soprattutto nei confronti dei parlamentari filo-curdi, a seguito dell’abolizione dell’immunità).

Sotto un’altra prospettiva, l’immunità parlamentare è un corollario del principio di separazione dei poteri. Si vuole evitare, infatti, che il potere giudiziario ed il potere esecutivo possano interferire con il libero esercizio delle funzioni parlamentari.

Immunità, comunque, non significa irresponsabilità assoluta. Per capirlo, è opportuno guardare con più attenzione alle singole garanzie in cui si declina.

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Le forme di immunità di cui godono oggi i parlamentari sono essenzialmente due: l’insindacabilità e l’inviolabilità.

L’insidacabilità è disciplinata dal primo comma dell’art. 68 Cost. secondo il quale: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni“.

Questo significa che i parlamentari non possono essere sottoposti ad un giudizio per come hanno votato in Parlamento o per le proprie affermazioni rese ma solo ed esclusivamente nell’esercizio delle proprie funzioni. In particolare, la Corte costituzionale ha chiarito che, quando un parlamentare esprima determinate opinioni al di fuori della sede in cui esercita tipicamente le proprie funzioni (cioè, una delle due Camere) e quindi “extra moenia”  (letteralmente “fuori dalle mura”), affinché sia coperto dall’insindacabilità deve comunque sussistere un “nesso funzionale” tra le affermazioni rese e l’attività effettivamente svolta come parlamentare. Non sono invece coperte le affermazioni che non abbiano alcun collegamento con il proprio ruolo da parlamentare (ed eventualmente i voti espressi in altre sedi e per ruoli diversi). Anche quando un parlamentare cessa dalla propria carica, continuerà a non poter essere perseguito per i voti e per le opinioni espresse durante il proprio mandato.

L’inviolabilità, invece, consiste nel divieto di arrestare, perquisire o sottoporre a limitazioni della libertà personale un parlamentare in assenza di una specifica autorizzazione della Camera a cui appartiene. L’inviolabilità vale solo per la durata del mandato e può riguardare anche atti compiuti al di fuori dell’esercizio delle funzioni, in quanto è finalizzato ad evitare che illecite pressioni nei confronti del parlamentare mediante un uso abusivo della forza pubblica. Ogni parlamentare, tuttavia, può essere processato per i reati che sia sospettato di aver commesso senza che sia (più) necessaria alcuna autorizzazione. L’autorizzazione è infatti richiesta solo per procedere con l’arresto (e con altre forme di limitazione della libertà) e comunque non è richiesta se è già stato condannato in via definitiva e se viene colto nell’atto di commettere un reato (quando la legge prevede il cd. “arresto in flagranza”, cioè l’arresto immediato, appunto quando si è “colti sul fatto”).

L’autorizzazione può essere negata solo in presenza del cd. “fumus persecutionis”, cioè solo laddove sussistano ragioni per ritenere che l’iniziativa giudiziaria sia in realtà volta ad intralciare il regolare svolgimento delle funzioni del parlamentare che vi è sottoposto.

L’autorizzazione, inoltre, è anche richiesta per sottoporre i parlamentari ad intercettazioni. Tale disposizione (non presente nel testo originario della Costituzione) è stata introdotta come estensione delle garanzie già previste in relazione a nuove modalità di indagine sviluppate negli ultimi anni. Si tratta, tuttavia, di una disposizione piuttosto controversa in quanto mina l’efficacia delle intercettazioni finalizzate ad indagare su un’ipotesi di reato, anche quando il soggetto indagato non sia un parlamentare, ma abbia conversazioni telefoniche o informatiche con un parlamentare.

Qualche pillola in più:

Il testo originario della Costituzione, prevedeva forme di garanzia più intense che sono state oggetto di revisione costituzionale nel 1993.

In particolare, il testo previgente dell’art. 68 della Costituzione prevedeva che:

“I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura.

Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile“.

Il testo originario, quindi, conteneva una terza forma di immunità, la cosiddetta “improcedibilità” (oggi abrogata) che richiedeva l’autorizzazione (“a procedere”) anche solo per avviare un procedimento penale nei confronti di un parlamentare. Inoltre, l’autorizzazione all’arresto era richiesta anche in caso di sentenze definitive.

Il ddl di riforma costituzionale “Renzi-Boschi” non prevede modifiche all’art. 68 che dunque resta invariato. Ne godranno, quindi, (in caso di approvazione della riforma) anche i membri del nuovo Senato, così come quelli del Senato attuale, in forme identiche a quelle già esistenti. Ovviamente, per quanto concerne l’insindacabilità, questa coprirà solo i voti e le opinioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni di senatori (e non quindi, in qualità di sindaci, consiglieri regionali o privati cittadini), mentre l’inviolabilità (esattamente come già avviene oggi) varrà per tutta la durata del mandato se sussiste “fumus persecutionis”.

 

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