Governi sull’orlo di una crisi (di nervi?)

Nella notte tra domenica 4 e lunedì 5 dicembre, a poche ore dalla chiusura dei seggi e preso atto della netta vittoria del “no” al referendum costituzionale, il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi ha annunciato le proprie dimissioni, dando avvio alla seconda crisi di governo nel corso della XVII legislatura (dopo quella del governo Letta nel febbraio 2014).

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In realtà, dal punto di vista formale, la crisi di governo si apre solo nel momento in cui il Governo, nella persona del Presidente del Consiglio, dopo aver formalmente comunicato al Consiglio dei Ministri il proprio intento, presenta le dimissioni al Presidente della Repubblica.

La crisi del governo Renzi presenta le caratteristiche della crisi di governo extraparlamentare: la causa delle dimissioni del Presidente del Consiglio non va infatti ricercata nel venir meno, tramite un voto espresso del Parlamento, del rapporto fiduciario tra Governo e Assemblea, quanto piuttosto in un fattore esterno alle dinamiche parlamentari, quale è stata, in questo caso, la mancata approvazione referendaria della riforma costituzionale, che rappresentava uno dei punti-chiave del programma dell’esecutivo a guida Renzi.

Il consumarsi delle crisi di governo al di fuori delle aule parlamentari è un dato costante nella storia istituzionale italiana. Ad eccezione del primo (ottobre 1998) e del secondo (gennaio 2008) governo Prodi, entrambi caduti per il mancato raggiungimento della maggioranza su una questione di fiducia posta dal governo stesso, tutte le altre (peraltro ricorrenti) crisi di governo sono state di tipo extraparlamentare. Possiamo ricordare le più recenti: il quarto governo Berlusconi, caduto nel novembre 2011; il governo Letta, dimessosi nel febbraio 2014.

L’esecutivo “in crisi” resta in carica fino al giuramento del successivo governo. A causa della sua particolare posizione, esso non gode però della pienezza delle proprie funzioni, e deve limitarsi a svolgere compiti di ordinaria amministrazione e atti urgenti. Dovrebbe invece astenersi dall’assumere iniziative di particolare rilevanza politica.

Ma torniamo allo scenario apertosi dopo il voto del 4 dicembre.

Dopo aver ricevuto le dimissioni del Presidente del Consiglio, spetta al Presidente della Repubblica orchestrare il gioco istituzionale. In primo luogo il Capo dello Stato avvierà le consultazioni presidenziali, con l’obiettivo di individuare una personalità che appare in grado di ottenere il sostegno della maggioranza parlamentare, così da consentire l’instaurazione di un nuovo rapporto fiduciario tra esecutivo e assemblea, presupposto per il funzionamento della forma di governo parlamentare.

Le consultazioni presidenziali sono un esempio di “consuetudine costituzionale”: anche se non sono previste dal testo della Costituzione, sono una prassi così consolidata nell’ordinamento da costituire una vera e propria regola non scritta. I soggetti che nel corso della storia repubblicana sono “saliti al Colle” in occasione delle consultazioni sono diversi: le “costanti” sono tuttavia rappresentate dagli ex Presidenti della Repubblica, dai Presidenti delle Camere e dagli esponenti delle forze politiche (presidenti dei gruppi parlamentari e leader di partito). Si tratta infatti di figure che, dato il contesto politico-istituzionale, possono fornire indicazioni utili all’individuazione di un possibile capo dell’esecutivo, e delle disponibilità delle diverse forze politiche ad appoggiarlo in sede parlamentare.

Le consultazioni possono avere una durata variabile a seconda delle circostanze: quanto più il quadro politico è confuso, tanto più esse potrebbero protrarsi. Al contrario, se gli equilibri tra le forze in gioco appaiono ben delineati, il compito del Presidente della Repubblica risulterà meno complesso.

Il Capo dello Stato conferirà quindi alla personalità individuata all’esito delle consultazioni l’incarico di formare il governo: la prassi istituzionale vuole che quest’ultimo accetti l’incarico “con riserva”. Dovrà infatti a sua volta procedere a delle consultazioni informali al fine di definire i singoli ministri che comporranno la squadra di governo, prima di sciogliere la riserva e accettare definitivamente l’incarico.

La nomina formale del Presidente del Consiglio e dei Ministri da lui indicati (art. 92, comma 2 della Costituzione) avviene per mezzo di decreti del Presidente della Repubblica, controfirmati dal Presidente del Consiglio entrante (art. 1, legge 400/1988). Alla nomina segue il giuramento del governo nelle mani del Capo dello Stato (art. 93 della Costituzione): oltre ad una forte valenza simbolica, il giuramento segna il momento di entrata in funzione del nuovo governo: è dal momento del giuramento che, da un lato, il Presidente del Consiglio e i Ministri prendono possesso degli uffici e assumono formalmente le rispettive cariche, e dall’altro, decorre il termine di 10 giorni entro cui il Governo deve presentarsi alle Camere per chiedere la fiducia, come stabilito dall’art. 94, comma 3 della Costituzione.

Qualche pillola in più:

il procedimento seguito per la formazione del governo è lo stesso, sia che la necessità di formare un nuovo governo segua ad una crisi (parlamentare o extraparlamentare), sia che segua le elezioni politiche. Se il risultato elettorale è netto e l’individuazione del leader del partito di maggioranza è agevole, la discrezionalità del Presidente della Repubblica nell’individuazione della personalità a cui conferire l’incarico di formazione del governo sarà circoscritta. Non così in caso di esito incerto (come nella primavera 2013) o di crisi di governo in costanza di legislatura.

– in occasione della formazione del quarto governo Berlusconi (2008), l’incarico di formare il governo è stato accettato senza riserva: Silvio Berlusconi accettò infatti l’incarico presentando contestualmente l’elenco dei ministri, avendo già svolto le proprie “consultazioni di coalizione”.

– qualora all’esito delle consultazioni presidenziali non sia possibile individuare una personalità in grado di guidare l’esecutivo, il Presidente della Repubblica può conferire un “mandato esplorativo” con la finalità di vagliare le possibili soluzioni: è stato questo il caso di Franco Marini nel 2008 e di Pierluigi Bersani nel 2013, nessuno dei quali ebbe però successo.

– la formula del giuramento del governo è prevista dall’art. 1, comma 3 della legge 400/1988 e recita: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”.

 

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