To leave or not to leave: that is the question

La pronuncia della Corte Suprema britannica riporta l’attenzione sulla spinosa questione della Brexit.

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Come ricorderete, il 23 giugno 2016 i cittadini del Regno Unito, della Repubblica di Irlanda e degli Stati del Commonwealth residenti nel Regno Unito sono stati chiamati a votare sulla permanenza o meno del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea.

La consultazione popolare ha avuto un esito del tutto inatteso, giacché il 51, 9 % degli elettori ha votato per il “Leave”, ossia per l’uscita del Regno Unito dall’UE.

Tale esito elettorale ha provocato le dimissioni del Primo Ministro David Cameron e l’insediamento della nuova premier Theresa May, già titolare del Ministero dell’Interno e leader del partito conservatore.

In occasione del Congresso del partito conservatore, tenutosi a Birmingham il 2 ottobre 2016, Theresa May ha annunciato che il Governo avrebbe dato inizio alla procedura di recesso dall’Unione Europea entro il 31 marzo 2017. Tale procedimento, disciplinato dall’art. 50 del T.U.E. (Trattato sull’Unione Europea), prevede che lo Stato membro che decide di recedere debba notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per concludere un accordo che contenga le modalità del recesso e le future relazioni dello Stato recedente con l’Unione europea. L’accordo viene concluso dal Consiglio a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati cessano di essere applicabili all’(ex) Stato membro a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso, oppure decorsi due anni dalla notifica della decisione di recedere, se l’accordo non viene concluso.

Ma a chi spetta in Gran Bretagna il potere di dar corso all’art. 50 TUE?

La convinzione manifestata dal Primo Ministro secondo cui dovesse essere il Governo a procedere, dando attuazione celere al referendum, si è scontrata con una decisione pronunciata dall’Alta Corte britannica e successivamente confermata dalla Corte Suprema del Regno Unito.

La vicenda giudiziaria prende le mosse dai ricorsi presentati da due cittadini, la consulente finanziaria Gina Miller e il parrucchiere Dier Dos Santos, contro il Segretariato di Stato in relazione all’attivazione del meccanismo di recesso dall’Unione Europea ex art. 50 T.U.E. Sono poi intervenuti in giudizio anche con argomentazioni proprie i governi di Scozia, Irlanda del Nord e Galles.

I ricorrenti sostenevano che il Governo non potesse procedere alla notifica della sua intenzione di recedere dall’UE senza la previa autorizzazione del Parlamento, poiché le antiche prerogative reali non possono estendersi anche agli atti idonei a determinare un mutamento del diritto nazionale. Scozia e Irlanda del Nord sostenevano anche l’esistenza di un loro diritto di veto alla decisione in forza degli atti attestanti la loro autonomia.

Il 3 novembre 2016, i giudici dell’Alta Corte britannica hanno stabilito che i ministri non hanno il potere di attivare l’art. 50 senza una preventiva autorizzazione parlamentare.

Il Governo ha impugnato tale decisione dinanzi alla Corte Suprema sostenendo di poter utilizzare la cosiddetta “prerogativa reale” per invocare l’art. 50. In virtù di questo meccanismo, i ministri, agendo per conto della Regina, sarebbero autorizzati ad avviare negoziati formali con Bruxelles senza consultare il Parlamento.

Il 24 gennaio 2017, la Corte Suprema del Regno Unito ha rigettato il ricorso proposto dal Governo, confermando la sentenza del giudice di prime cure. I voti favorevoli sono stati 8 (Lord Neuberger, Lady Hale, Lord Mance, Lord Kerr, Lord Clarke, Lord Wilson, Lord Sumption e Lord Hodge) contro 3 voti contrari, espressi da Lord Reed, Lord Carnwath e Lord Hughes e motivati nelle rispettive dissenting opinions.

La Corte Suprema ha affermato che l’European Communities Act (ECA) del 1972, cioè la legge con cui il Parlamento britannico ha aderito all’UE, non contiene alcuna specifica previsione che conferisca al Governo il potere di recedere dall’Unione europea. Secondo i giudici supremi, il recesso imprimerebbe un cambiamento decisivo all’assetto costituzionale britannico, eliminando il diritto europeo dal sistema delle fonti e rimuovendo alcuni diritti riconosciuti ai cittadini residenti nel Regno Unito. Di conseguenza, la costituzione britannica – benché non scritta – richiede che un simile mutamento sia preceduto da un Act of Parliament, ossia un atto del parlamento. Diversamente, si determinerebbe la violazione di secolari principi costituzionali, in primis il principio della sovranità del Parlamento.

In secondo luogo, i giudici supremi, pur riconoscendo il forte significato politico del referendum del 2016, hanno sottolineato che il suo valore giuridico deriva dalla legge che ha concesso la possibilità di una consultazione popolare sull’Unione europea, ossia l’European Union Referendum Act del 2015. Tale legge non specifica le conseguenze e gli effetti della votazione popolare, che presenta perciò una valenza meramente consultiva, e non già giuridicamente vincolante.

La seconda questione affrontata dalla Corte Suprema concerne la perimetrazione dei poteri delle istituzioni decentrate. La Corte ha escluso che le assemblee di Scozia, Galles e Irlanda del Nord possano esprimere un potere di veto sulla Brexit, affermando che le relazioni con l’Unione europea sono riservate alla competenza del Governo e del Parlamento del Regno Unito.

A questo punto occorrerà attendere le prossime mosse del Governo May, che ha solo due mesi di tempo per presentare in Parlamento una proposta di legge per l’approvazione dell’art. 50 T.U.E. Ad ogni modo, in base alle dichiarazioni del Primo Ministro già entro la fine della settimana verrà presentata un testo al  Parlamento affinché approvi la Brexit e si possa procedere alla notifica ex art.  50 entro marzo. Ancorché varie voci siano circolate negli ultimi giorni in merito al tenore del testo che verrà presentato, sembra che il Governo opterà  per una linea “sintetica”, sottoponendo a Westminster un Bill di una riga che rechi la semplice indicazione “che il governo ha titolo per procedere alla notifica ex art. 50”.  I partiti dell’opposizione hanno già annunciato battaglia e la negoziazione sarà serrata.

Da ultimo si segnala che pende un altro appello davanti alla Corte suprema promosso dal partito British Influence, il quale sostiene che l’uscita dall’UE ex art. 50 non comporti in automatico anche l’uscita dallo Spazio Economico Europeo. Per fare ciò infatti occorrerebbe attivare la procedura di cui all’art. 127  del Trattato sullo SEE.  La decisione della Corte è attesa per febbraio a febbraio e laddove il ricorso venisse accolto sarebbe possibile per il Regno Unito rimanere all’interno del Mercato Unico.

Non resta dunque che attendere le prossime mosse dei politici e dei giudici di Sua Maestà.

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