Dubbi legittimi sulla ‘nuova’ legittima difesa

Il 4 maggio 2017, la Camera ha approvato la proposta di legge AC-3785, tesa a modificare la disciplina della difesa legittima e, in particolare della c.d. autotutela in privato domicilio. Il provvedimento rappresenta lo sbocco di un dibattito variegato e serrato, il cui fil rouge risiede nella (trasversale) volontà politica di estendere l’area applicativa del diritto di difendersi all’interno della propria abitazione.

La riforma pone vistose criticità, prima che sul piano sostanziale, su quello formale: le disposizioni, in effetti, presentano approssimazioni, aporie e contraddizioni.

MCDMASE EC003

Necessarie due premesse, giusto per portare un po’ di chiarezza in un dibattito inquinato da slogan di facile presa ma, ad uno sguardo più attento, pericolosamente fuorvianti.

Anzitutto, è fuorviante la retorica del ‘diritto a difendersi in casa propria’: la legittima difesa è già prevista nel codice penale, anche nella forma ‘speciale’ di difesa domiciliare. Banale ripeterlo? Crediamo di no, perché l’odierno battage politico veicola l’idea – fallace – che, in Italia, non sia al momento garantita la possibilità di reagire contro i malintenzionati che irrompano in casa propria.

In secondo luogo, è fuorviante il messaggio del ‘basta processi per chi si difende’: nessuna nuova norma, neppure la più permissiva, sarebbe di per sé in grado di escludere un processo, giacché solo in tale sede è possibile accertare la sussistenza dei presupposti che giustificano il ferimento o addirittura l’uccisione di un uomo. Nessuna barbarie, insomma, nell’essere sottoposto a giudizio.

La riforma investe – rectius: vorrebbe investire – due profili: la difesa legittima ‘vera e propria’ (art. 52 c.p.) e la c.d. difesa legittima putativa (art. 59 co. 4 c.p.). Merita affrontarli separatamente.

La difesa legittima si colloca tra le cause di giustificazione (o scriminanti), le quali escludono, già sul piano obiettivo, l’illiceità di un fatto astrattamente considerato reato. In parole povere, chi uccide in stato di legittima difesa commette sì omicidio, ma un omicidio, per l’appunto, lecito.

Allo stato attuale, l’art. 52 c.p. s’impernia su due poli: da un lato, il pericolo attuale di un’offesa ingiusta (c.d. situazione necessitante); dall’altro, la reazione necessaria e comunque proporzionata all’offesa (c.d. situazione necessitata).

La proposta di legge interviene sui commi 2 e 3 – introdotti con una legge del 2006, a sua volta oggetto di severe critiche – , prevedendo che: «Fermo quanto previsto al primo comma, si considera legittima difesa, nei casi di cui all’art. 614 co. 1-2 c.p. [vale a dire, abitazione altrui, privata dimora o nelle appartenenze ad essa, ndr] la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o sulle cose ovvero con minaccia o con inganno».

La disposizione suscita dubbi, imbarazzo, forse – non si trattasse di un tema delicatissimo – persino ilarità. Giusto per dirne una, il requisito del «tempo di notte» – divenuto sùbito oggetto di polemiche oltreché di esilaranti parodie – stride col principio di determinatezza, che richiede la formulazione precisa e intelligibile delle norme penali; anche di quelle che, pur non introducendo nuovi reati, incidano sull’area di applicabilità di un reato già esistente (in questo caso, tanto più ‘si estende’ la norma sulla difesa legittima, tanto più, simmetricamente, ‘si riduce’ quella sull’omicidio o sulle lesioni personali). Il legislatore ci consegna una norma vaga, incerta – è il caso di dirlo – , oscura, che istituisce un eccentrico ‘diritto penale orario’ e che attribuisce al giudice l’improprio compito, non solo di accertare i presupposti del fatto, ma anche di scandire le fasi del giorno.

L’art. 59 co. 4 c.p. contiene la disciplina delle c.d. scriminanti putative, ovverosia delle cause di giustificazione erroneamente ritenute sussistenti (ad es.: il soggetto reagisce a quella che lui crede un’aggressione ma che, in realtà, si rivela essere uno scherzo) o di consistenza maggiore rispetto a quella reale (ad es.: il soggetto reagisce temendo che l’aggressore voglia ucciderlo quando, in realtà, egli vuole soltanto legarlo). A differenza dell’art. 52 c.p., dunque, dal punto di vista obiettivo, qui non sussistono i presupposti per l’applicazione della difesa legittima; nondimeno, l’ordinamento ‘viene incontro’ all’aggredito, valutando a suo favore la percezione alterata della realtà (ad es.: il pericolo erroneamente ritenuto attuale, l’offesa erroneamente ritenuta ingiusta ecc.). Viene fissato un solo limite: l’errore non dev’essere stato determinato da colpa, pena l’applicazione del reato commesso nella forma colposa.

La proposta di legge – in origine riguardante unicamente questa disposizione – mira proprio a restringere l’applicabilità dell’errore colpevole. Più in dettaglio, secondo il nuovo testo, «Nei casi di cui all’art. 52 co. 2 e 3 [nei casi di legittima difesa domiciliare, ndr] la colpa dell’agente è sempre esclusa quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione posta in essere in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica o per la libertà personale o sessuale».

Anche questa disposizione sconta gravi carenze dal punto di vista formale. Più in dettaglio, vanno registrati: un difetto di coordinamento tra l’incipit e la chiusa (si richiama la disposizione sulla difesa legittima collegandola però ad elementi – la libertà personale o sessuale – non presenti nell’art. 52 c.p.); l’indeterminatezza della locuzione «grave turbamento psichico», che sarà ancora una volta compito del giudice interpretare, con rischio di giurisprudenza oscillante e incerta; la menzione del «pericolo attuale», che allontana la norma dalle scriminanti putative e crea un bizzarro doppione della legittima difesa propriamente intesa.

Al netto di ogni valutazione ideologica, insomma, la riforma, così concepita, si regge su norme incerte incapaci di dare certezze: non agli operatori del diritto, chiamati ad una faticosa opera di interpretazione; non agli stessi consociati, sui quali graverebbe comunque l’incombenza di provare una lunga e intricata serie di elementi.

L’auspicio è che il Senato possa apportare le doverose correzioni, in linea coi principi fondamentali in materia penale. O – ma qui sconfiniamo nel campo delle valutazioni politico-criminali – ripensare in nuce la reale opportunità di questa riforma.

Edoardo Mazzanti

Avvocato, Dottore di ricerca in Diritto penale

 

 

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