Sikh et nunc: i “valori occidentali” nella decisione della Corte di cassazione

La Corte di cassazione, sezione penale, lunedì scorso ha, almeno per il momento e nelle sedi giurisdizionali, chiuso una questione dibattuta da qualche anno nelle aule dei Tribunali di merito italiani: si tratta dell’obbligo religioso per i professanti il credo Sikh di portare alla cintola il pugnale sacro, detto kirpan, precetto che si pone palesemente in conflitto con le esigenze di sicurezza e ordine pubblico.

La vicenda vedeva imputato un cittadino di religione sikh, fermato per strada con indosso il kirpan, e, per questo, punito con l’ammenda di Euro 2.000, in quanto tale condotta integra per l’ordinamento italiano una precisa fattispecie di reato.

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Infatti, l’art. 4 della legge 110/1975, prevede che non possano portarsi in luogo pubblico armi od oggetti potenzialmente idonei ad offendere. Non si configura il reato laddove ricorra giustificato motivo, cioè una ragione in grado di legittimare il soggetto a portare un’arma in luogo pubblico. Questo può essere il caso di un giardiniere che esce da casa con delle cesoie per potare delle piante.

La sentenza si occupa di chiarire se il precetto religioso che impone ai sikh di portare il kirpan alla cintura possa rappresentare di per sé quella giustificazione idonea a escludere la ricorrenza del reato sopra descritto.

In passato, in più di un’occasione, i tribunali di merito avevano archiviato la richiesta di condanna per porto di arma in luogo pubblico nei confronti di sikh trovati in possesso del kirpan, ritenendo che la professione del culto religioso, protetta dall’art. 19 Cost., costituisse, in effetti, un valido motivo di giustificazione.

La Cassazione è di diverso avviso, giungendo a negare che le motivazioni legate al simbolismo religioso possano escludere il reato in questione, previa una premessa argomentativa che ha destato l’interesse dell’opinione pubblica e che, forse, non era del tutto necessaria, sia ai fini della soluzione della controversia, sia per il ruolo giurisdizionale e non politico dell’organo da cui è stata resa.

I giudici hanno, infatti, ritenuto di dover specificare come le basi della società multietnica richiedano ai vari soggetti che la compongono di riconoscere regole comuni per una convivenza pacifica. Per questo, “se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”. Data questa premessa, la Corte prosegue sostenendo l’essenzialità per gli immigrati di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale in cui abbiano deciso di inserirsi, con l’ulteriore obbligo per questi di verificare se i propri comportamenti siano compatibili con l’ordinamento giuridico della società in cui si trovano a vivere. Laddove le regole che governano quest’ultima siano in contrasto con quelle di provenienza, “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori…porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

Tale excursus preliminare dal retrogusto politico sui valori identitari della società occidentale, non mette però a fuoco le ragioni giuridiche che hanno portato i giudici alla decisione assunta e che riguardano, invece, come spiegato nel prosieguo della sentenza, l’esigenza di garantire, accanto alla libertà religiosa dei singoli, la sicurezza e l’ordine pubblico per i consociati.

Come ogni libertà, anche quella religiosa incontra dei limiti al suo esercizio: da un lato quello espresso dalla disposizione del buon costume, dall’altro quelli derivanti dal bilanciamento di tale diritto con altre libertà e principi parimenti tutelati dalla nostra Costituzione.

La ratio sottesa al giustificato motivo richiesto dalla norma in questione per escludere la condotta delittuosa è quella di garantire la sicurezza e l’ordine pubblico per i cittadini, che rappresentano senza dubbio e come confermato dalla stessa Corte costituzionale (sent. 63/2016) interessi costituzionali da tenere in adeguata considerazione anche per modulare la tutela della libertà di culto. Ciò a maggior ragione alla luce dell’art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo in tema di libertà religiosa, e della relativa giurisprudenza della Corte Edu in proposito, che legittima lo Stato a limitare il culto di una religione “se l’uso di quella libertà ostacola l’obiettivo perseguito di tutela dei diritti e delle libertà altrui, l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica”.

Detta limitazione deve avvenire nel rispetto degli stretti canoni della proporzionalità, che determinino se una norma potenzialmente limitativa di una libertà sia effettivamente necessaria e idonea al perseguimento degli obiettivi che si prefigge. Alla luce di ciò e sulla scorta di una giurisprudenza Edu che ha accertato casi in cui soggetti di religione Sikh avevano accettato la disposizione di non indossare turbanti o kirpan – dimostrando così che l’obbligo religioso non è assoluto e può subire legittime restrizioni – la Corte di cassazione ritiene di non poter annoverare i motivi religiosi tra i giustificati motivi per il porto di armi o di oggetti atti ad offendere in luogo pubblico.

Non è quindi sui valori occidentali che si gioca la partita della decisione dei giudici, quanto piuttosto sul concetto in sé di motivo giustificativo, basato a dire il vero, nelle argomentazioni degli inquilini del Palazzaccio, più su una valutazione di carattere generale che di pericolosità reale del soggetto imputato.

La sentenza ha acceso i riflettori sul problema e si è parlato anche di un necessario intervento normativo che contemperi le esigenze in gioco. Ruolo, questo, che spetta solo all’organo politico, cioè al Parlamento.

[articolo pubblicato su www.idemlab.org il 17 maggio 2017]

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