Occidentali’s kirpan. Un caso ambiguo di ‘reato culturalmente motivato’

Con la sentenza n. 24084 del 15 maggio scorso, la prima Sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da un cittadino indiano di credo sikh, condannato in primo grado per porto abusivo di strumento utilizzabile per l’offesa alla persona (cc.dd. armi improprie); all’imputato, in particolare, si contestava l’aver circolato in luogo pubblico munito di kirpan, pugnale di circa 20 centimetri costituente, nella liturgia sikh, vero e proprio simbolo religioso.

La sentenza ha destato un certo clamore mediatico non tanto per il fatto in sé – di rilevanza assai modesta anche dal punto di vista sanzionatorio – , quanto per un preciso passaggio della motivazione, ove si legge che è «essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina […] non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante».

Si tratta di uno spunto che, è facile ipotizzare, nei prossimi mesi darà adito ad approfondite analisi da parte degli studiosi, non solo di diritto penale e, ancor prima, non solo di diritto; l’interesse mediatico, per converso, è stato immediato e dirompente, salvo poi, com’è tutto sommato fisiologico nel modo dell’informazione, evaporare appena poche ore dopo.

A mente ferma, conviene dedicare qualche riga alla sentenza e, soprattutto, al quadro in cui essa è stata resa.

Partendo dal secondo aspetto, c’è da dire che i titoli dei giornali e molti dei commenti che ne sono scaturiti muovono da una lettura decontestualizzata della pronuncia. Seppur ovvie, merita fare due precisazioni: l’una, su chi ha espresso quelle parole; l’altra, appunto, sul contesto entro cui queste sono state espresse.

La sentenza promana da un giudice, non dal legislatore; esse, dunque, hanno una valenza tendenzialmente circoscritta al caso di specie, considerato che il precedente giudiziale, nel nostro ordinamento, non ha che un valore meramente orientativo. In parole povere: non è stato fissato un obbligo generalizzato per gli stranieri di adeguarsi ai nostri valori; più limitatamente, la Cassazione ha fatto perno su tale obbligo per decidere questo specifico caso singolo.

Quanto al contesto, poi, è opportuno sottolineare che l’imputato non è stato condannato per non essersi adeguato ai nostri valori ma, semplicemente, per la commissione di un reato; i ‘valori occidentali’ non entrano gioco come parte dell’addebito ma, nell’interpretazione della Corte, come limite oltre il quale le norme o i valori di una certa cultura di minoranza – in questo caso, la religione sikh – non possono giustificare un comportamento astrattamente costituente reato – in questo caso, il porto abusivo di oggetto atto a offendere.

Il porto di kirpan, di cui già la giurisprudenza ha avuto modo di occuparsi, rientra nell’alveo dei cc.dd. ‘reati culturalmente motivati’, ovverosia di quei comportamenti realizzati da un soggetto appartenente a culture di minoranza; comportamenti illeciti secondo il nostro ordinamento, accettati leciti o persino imposti secondo l’ordinamento di appartenenza. In quest’ottica, affrettate e fuori bersaglio appaiono le critiche di chi, con anelito iper-laicizzante, ha sostenuto che la Cassazione dovrebbe preoccuparsi del rispetto delle leggi e non di quello dei valori: il diritto penale non è – non potrebbe mai essere – ideologicamente neutro, e in questo caso, anzi, i valori  (minoritari) erano stati invocati dall’imputato proprio al fine di escludere la propria responsabilità.

Questo, venendo al contenuto della decisione, implica piena adesione alla soluzione adottata dal Supremo Collegio? Assolutamente no.

A suscitare perplessità è, già a livello astratto, la stessa fattispecie di reato, spesso applicata – è questo il caso – senza che il porto dell’arma impropria si accompagni a un effettivo pericolo per la sicurezza pubblica (si noti che, a rigor di disposizione, l’oggetto dovrebbe essere chiaramente utilizzabile per l’offesa alla persona).

Anche la soluzione in concreto desta forti dubbi: stando alla lettera della disposizione, il reato è escluso se ricorre ‘giustificato motivo’, concetto all’interno del quale non sarebbe stato irragionevole ricondurre l’esercizio del diritto di professare la propria fede religiosa mediante ostensione dei suoi simboli (si tenga presente che l’imputato non aveva indosso solo il kirpan, ma anche tutta un’altra serie di ‘accessori’ propri del credo sikh).

Neanche la menzione dell’obbligo di adesione ai valori occidentali, infine, risulta particolarmente perspicua. Al di là di ogni valutazione ideologica, la locuzione ‘valori del mondo occidentale’ rappresenta un contenitore indefinito, inidoneo a porsi quale termine di raffronto per individuare l’esatta area applicativa di una norma penale. Ma, ancor prima, si tratta di un riferimento superfluo: anche nell’ottica di una condanna, la Corte avrebbe potuto agevolmente limitarsi a ritenere prevalente l’interesse alla sicurezza pubblica rispetto al diritto di manifestazione del credo religioso, senza spendersi in digressioni sui valori della società ospitante (fuori luogo oltreché poco felici, quantomeno dal punto di vista lessicale).

In conclusione, la sentenza va presa per ciò che è: un atto che non fissa alcun obbligo generale di adeguamento ai ‘valori occidentali’ ma che, nondimeno, nelle pieghe della motivazione, presenta i segni di un’ambigua, diffusa declinazione del concetto di ‘integrazione’.

Umberto Eco sosteneva che l’italiano è infido, alla spada preferisce il pugnale; evidentemente, tuttavia, ciò non basta affinché uno straniero risulti integrato.

 

Edoardo Mazzanti
Avvocato, Dottore di ricerca in Diritto Penale

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