Che fine hanno fatto i referendum sul Jobs Act?


Risposta breve: non si svolgeranno.

Ok, ma perché?

Vediamolo insieme.

NELLE PUNTATE PRECEDENTI

Nel corso del 2016, la CGIL ha avviato la raccolta firme per tre quesiti referendari.

Il primo dei tre quesiti era finalizzato, nelle intenzioni dei promotori, a ripristinare (ed estendere anche ad aziende con meno di 15 e più di 5 lavoratori) la portata della tutela “reintegratoria” (cd. tutela reale) dell’art. 18 della L. 300/1970 (lo Statuto dei Lavoratori) in caso di licenziamenti illegittimi.

Il secondo quesito proponeva l’abolizione dei rapporti di “lavoro occasionale di tipo accessorio”, retribuito tramite i cd. “voucher” (anche detti “buoni-lavoro”).

Il terzo quesito, infine, era volto alla riespansione della responsabilità solidale tra appaltante e appaltatore nei confronti dei lavoratori (e cioè della possibilità dei lavoratori che non fossero stati pagati di rivalersi sia nei confronti del proprio datore di lavoro, che del committente).

Per tutti i quesiti è stato ampiamente raggiunto il numero di firme necessarie (500mila, mentre quelle raccolte per ogni quesito erano attorno ad un milione).

 

INAMMISSIBILITÀ DEL QUESITO “SULL’ARTICOLO 18”

Tuttavia, il primo dei tre quesiti (quello sui licenziamenti illegittimi) è stato dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale. Infatti, come spiegato in una precedente pillola, le proposte di referendum sono sottoposte ad una duplice verifica.

La prima spetta all’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione che controlla la legittimità delle proposte di referendum (e quindi la regolarità del procedimento e della raccolta delle firme).

Successivamente, alla Corte costituzionale spetta il giudizio sull’ammissibilità dei quesiti, ossia della loro compatibilità con i limiti (impliciti ed espliciti) posti dalla Costituzione. Bisogna, infatti, ricordare che è vietato proporre referendum abrogativi su determinate materie indicate dall’art. 75 della Costituzione (“leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”).

Non solo: la Corte costituzionale ha individuato (sulla base di un’interpretazione sistematica della Carta costituzionale) ulteriori materie, nonché vere e proprie “categorie” di leggi che non è possibile sottoporre a referendum abrogativi.

Inoltre, nel corso della propria giurisprudenza, la Corte costituzionale ha anche ricostruito alcuni limiti relativi alla formulazione dei quesiti, connessi alla stessa natura del referendum abrogativi, e che si possono riassumere nei requisiti di omogeneità, univocità e chiarezza dei quesiti. Infine, la Corte ha anche escluso che (attraverso formulazioni “manipolative”) il referendum abrogativo si possa trasformare in una sorta di referendum “propositivo”.

Proprio per queste ultime ragioni, con la sentenza n. 26 del 2017, la Corte costituzionale ha “bocciato” (più precisamente ha dichiarato inammissibile) il quesito relativo ai licenziamenti illegittimi. I giudici costituzionali hanno -infatti- ritenuto che il quesito fosse formulato con la tecnica del “ritaglio” e fosse finalizzato, piuttosto che ad abrogare una normativa vigente, a proporre una disciplina in realtà mai esistita e quindi del tutto nuova. Inoltre, secondo i giudici, la formulazione del quesito (che colpiva due norme distinte) avrebbe costretto l'”elettore ad un voto bloccato su tematiche non sovrapponibili”. In altre parole, il quesito non sarebbe stato né omogeneo, né univoco.

 

LA SOPRAGGIUNTA IMPROCEDIBILITÀ DEGLI ALTRI DUE QUESITI

Gli altri due quesiti, invece, dopo aver superato il controllo di legittimità dell’Ufficio centrale per il referendum sono stati anche ritenuti ammissibili dalla Corte costituzionale.

Successivamente, quindi, il Presidente della Repubblica, con propri decreti, aveva indetto i due referendum (quello sui “voucher” e quello sulla responsabilità solidale di appaltatori e committenti), fissando per entrambi la data al 28 maggio 2017.

Dopo l’indizione dei referendum, tuttavia, il Governo ha adottato un decreto legge (d.l. 25/2017), intervenendo (abrogandole) sulle disposizioni oggetto di referendum. Il decreto legge è stato quindi convertito in legge dalle Camere (l. 49/2017), così privando i referendum del proprio oggetto.

L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha quindi emanato un’ordinanza con cui dichiara che le operazioni per i due referendum avranno più corso, ai sensi dell’art. 39 della legge n. 352 del 1970 in base al quale:

“Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”.

Se, infatti, con il referendum si propone l’abrogazione di una determinata legge (o di parte di essa) laddove le disposizioni indicate dal quesito siano abrogate prima dello svolgimento della consultazione, questa avrebbe già raggiunto il suo obiettivo e la consultazione sarebbe superflua.

Pertanto, essendo sopravvenuta l’abrogazione sia delle disposizioni che disciplinavano il lavoro occasionale accessorio, sia di quelle che limitavano la responsabilità solidale tra appaltatore e committente, i referendum del 28 maggio non si svolgeranno.

 

QUALCHE PILLOLA IN PIÙ

Ma cosa accade quando il legislatore, solo al fine di evitare lo svolgimento di un referendum, abroga una determinata disciplina per approvarne contestualmente una del tutto analoga?

La Corte costituzionale con sentenza n. 68 del 1978, (Gazz. Uff. 19 maggio 1978, n. 138) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 39 della legge sul referendum nella parte in cui non prevedeva che “se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”.

In altre parole, in questi casi, all’Ufficio centrale per il referendum spetta di verificare se “l’intenzione del legislatore sia diversa rispetto alla regolamentazione precedente della materia” e, in caso negativo, ordina il “trasferimento” dei quesiti referendari sulle nuove disposizioni.

È ciò che si è verificato nel 2011 con il referendum sulla “produzione di energia elettrica nucleare”. Anche in quell’occasione, le disposizioni oggetto del quesito referendario erano state abrogate con un decreto-legge, ma (in sede di conversione) erano state aggiunte disposizioni che secondo l’Ufficio centrale per il referendum avevano effetti analoghi a quelle abrogate.  Conseguentemente, l’Ufficio ha disposto, con propria ordinanza, il trasferimento del quesito alle nuove disposizioni.

Nel caso dei referendum sul cd. “Jobs act”, invece, l’abrogazione delle disposizioni non è stata accompagnata da una nuova disciplina, e quindi l’intervento legislativo ha comportato il pieno soddisfacimento degli obiettivi perseguiti dai promotori dei referendum.

 

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