Richiedenti asilo senza appello

Il 18 aprile scorso è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge di conversione del decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13 recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”, noto alle cronache come “Decreto Minniti”, dal nome del suo principale ideatore, il Ministro dell’Interno Marco Minniti.

Il decreto legge contiene una serie di disposizioni che innovano, tra le altre cose, il procedimento amministrativo di riconoscimento della protezione internazionale nonché l’eventuale impugnazione, da parte del richiedente asilo, del provvedimento di rigetto emesso dalle Commissioni Territoriali, vale a dire da quegli organi insediati presso le Prefetture deputati ex lege a riconoscere o meno la protezione internazionale ai cittadini stranieri o apolidi che ne facciano richiesta sul territorio italiano.

Alcune di tali disposizioni hanno destato, tra gli avvocati e gli operatori del settore, una certa preoccupazione rispetto, in particolare, ad alcuni profili di criticità sui quali probabilmente saranno sollevate questioni di legittimità costituzionale, non appena le relative disposizioni, per le quali è stata prevista un’entrata in vigore differita, troveranno applicazione.

Una prima disposizione molto innovativa riguarda il colloquio personale che viene svolto davanti ad un componente della Commissione Territoriale e che è finalizzato a ricevere le dichiarazioni del richiedente asilo al fine di valutare la fondatezza della domanda di protezione internazionale: per tali dichiarazioni era in precedenza prevista unicamente una verbalizzazione scritta. Oggi è, invece, previsto che il colloquio sia videoregistrato con mezzi audiovisivi e sia trascritto in lingua italiana con l’ausilio di sistemi automatici di riconoscimento vocale.
A suscitare perplessità è la sottoposizione a videoregistrazione di dichiarazioni di persone, richiedenti asilo, che con molta probabilità hanno subito traumi in patria o durante il percorso migratorio. Sul punto, la previsione della possibilità – introdotta in sede di conversione del decreto – per il richiedente di formulare istanza motivata di non avvalersi del supporto della videoregistrazione (sulla quale decide la Commissione con provvedimento non impugnabile), ovvia in qualche modo alla rigidità della disposizione, sebbene probabilmente non garantisca a pieno la riservatezza del richiedente.

Altra previsione molto innovativa riguarda la scelta fatta dal legislatore rispetto al rito processuale che andrà a regolare le controversie aventi ad oggetto l’impugnazione del provvedimento emesso dalla Commissione Territoriale. Da ora in avanti esse saranno regolate dalle norme del codice di procedura civile disciplinanti i procedimenti in camera di consiglio, le quali non prevedono l’obbligatorietà della fissazione di un’udienza di comparizione delle parti. L’udienza potrà essere fissata dal giudice esclusivamente nei casi previsti dal legislatore stesso. Inoltre, la legge ha eliminato il diritto del richiedente di proporre appello contro il decreto conclusivo del giudizio di primo grado, con l’unica possibilità di proporre ricorso per cassazione per motivi di legittimità e non di merito, tra l’altro entro un termine più ristretto rispetto a quello ordinario. Si tratta di una disposizione quasi unica nel suo genere in quanto nel nostro ordinamento solo per alcune limitatissime controversie è prevista l’impossibilità di proporre appello, controversie comunque tendenzialmente non riguardanti diritti costituzionalmente garantiti, quale è il diritto di asilo.

Alcuni hanno osservato che l’applicazione del rito camerale alle controversie in materia di protezione internazionale, senza la contestuale previsione da parte del legislatore dell’obbligatorietà dell’udienza, non assicuri pienamente il diritto alla difesa, tra l’altro in una materia che afferisce ai diritti fondamentali della persona. Dobbiamo ricordarci, infatti, che la Corte costituzionale, in diverse pronunce, ha spiegato che il modello processuale scelto dal legislatore deve assicurare il rispetto di alcuni principi, tra cui il principio del contraddittorio, lo svolgimento di un’adeguata attività probatoria, la possibilità di avvalersi della difesa tecnica, la facoltà dell’impugnazione sia per motivi di merito che per motivi di legittimità (sent. 170/2009).

Richiamando le parole della Corte, ci poniamo, perciò, alcune domande: il principio del contradditorio è rispettato laddove non si preveda l’obbligatorietà dell’udienza e della comparizione delle parti in una materia, come quella in esame, in cui il riconoscimento di una forma di protezione internazionale si basa principalmente sulle dichiarazioni del richiedente e sulla loro credibilità? Può il giudice valutare la credibilità del richiedente attraverso la visione della videoregistrazione del colloquio personale svolto davanti alla Commissione, che avviene, tra l’altro, senza la presenza di un avvocato?

E ancora: è rispettato il principio della facoltà dell’impugnazione sia per motivi di merito che per motivi di legittimità laddove la legge elimina la possibilità di proporre appello contro il decreto emesso dal giudice di primo grado? È rispettato il principio di uguaglianza laddove la possibilità di adire un giudice in seconda istanza è negata soltanto ai cittadini stranieri in una materia concernente un diritto fondamentale, tutelato dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali, ovvero il diritto di richiedere e ottenere asilo in Italia?

 

Antonella Buzzi, avvocato e operatore legale minori stranieri non accompagnati

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